Contributi per una psicanalisi del pendolare

8 novembre 2018 | Numero 22

Le volte scorse ci siamo occupati di diverse tipologie di pendolare. Come l’invadente, l’incazzato o il rassegnato. Bisogna però tenere presente che, in realtà, quella di chi frequenta giornalmente i treni è un personalità in divenire. Nel senso che, tra una disavventura ferroviaria e l’altra, il pendolare attraversa una vera e propria evoluzione umana e psicologica.

Una delle teorie più note in psicanalisi è quella sviluppata dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kubler Ross secondo la quale, nell’elaborazione di un lutto o di un dolore, si attraversano cinque fasi distinte: negazione, rabbia, patteggiamento, depressione e accettazione. Ecco, possiamo dire che nell’arco della sua vita di pendolarismo, il nostro soggetto passi proprio attraverso questi passaggi. Anche se non esattamente nello stesso ordine. Per il pendolare, infatti, per primi vengono la negazione e il patteggiamento. Che, tuttavia, attraversa in un lampo. E’ sufficiente infatti la prima settimana di vita da viaggiatore quotidiano. Primi tre giorni. Trenitalia assesta una sequenza micidiale: ritardo-soppressione-ritardo. Tanto per mettere le cose in chiaro fin da subito e non suscitare inutili illusioni. “No, non ci credo, non può funzionare così!” penserà il neopendolare in piena fase di negazione. Nei quattro giorni successivi tuttavia la via crucis ferroviaria prosegue imperterrita. Ed ecco il nostro amico passare al patteggiamento: “Vabbè, sarà solo un periodo sfortunato, probabilmente d’ora in poi andrà meglio”. Quando, trascorsa la prima settimana di viaggi, si arriva allo stadio della rabbia, ci troviamo invece di fronte a quella tipologia di pendolare di cui abbiamo già parlato in una puntata precedente. Ve la ricordate? E’ “l’incazzato”, ovviamente! Una fase, quella della rabbia, che come abbiamo visto il malcapitato sfoga contro una figura che, nel mondo ferroviario, è stata evidentemente creata per questo scopo specifico. Il capotreno. Alcuni pendolari si trovano così bene nella parte dell’incazzato che lo rimangono per sempre, mentre altri con gli anni superano la rabbia per passare alla quarta fase della loro evoluzione. La depressione. Che si concretizza in un unico pensiero ossessivo: “Dio mio, non ce la posso fare ad andare avanti così per il resto della vita!”. E infatti non ci vanno avanti così, perché approdano inevitabilmente alla quinta e ultima fase. Che non definirei esattamente “accettazione”, come nella teoria di Elisabeth Kubler Ross. Quanto piuttosto “rassegnazione”. Ed ecco che qui ritroviamo un’altra figura di cui ci siamo già occupati. Quella del “rassegnato” appunto. Apparentemente innocuo. Ma con una scintilla negli occhi che, come ci siamo detti in un’altra puntata, ricorda quella di Michael Douglas quando, nel film “Un giorno di ordinaria follia”, mormora sottovoce tra sé e sè: “Io cerco soltanto di arrivare a casa per la festa di mia figlia, e se nessuno si metterà sulla mia strada, nessuno si farà del male”. Fra l’altro, tutto questo ci fa anche capire che Elisabeth Kubler Ross non è solo stata una grande psichiatra. Ma, molto probabilmente, era anche una pendolare.

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Musica tratta da “Monello” di C. Chaplin 

Giancarlo Adorno legge Contributi per una psicoanalisi del pendolare

Autore

Fabio Bertino 

ph. Paolo Gambaudo

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