Avete mai camminato sul Ponte Rotto?

23 Aprile 2018 | [Mappe], 2018, Numero 4

Coordinate: 44.72059, 9.01052

Vi trovate in Piemonte, in una valle incuneata tra le province di Alessandria, Genova e Piacenza. Vi circondano alte montagne, pareti rocciose e il rumore della corrente che, proprio mentre restate lì ad ascoltare, continua a plasmare la loro forma. Benvenuti in Val Borbera. Benvenuti nel territorio partigiano della Brigata Oreste e della Brigata Arzani, Divisione Pinan Cichero.
Da qui in poi, ad ogni passo dovremo evocare i fantasmi dei ragazzi che, più di 70 anni fa, hanno camminato su questi sentieri per ottenere la libertà. Non solo la loro, ma soprattutto la nostra.

Cominciamo dalla ex casa cantoniera che si trova sulla Strada Provinciale 140 procedendo verso Pertuso. Questo edificio in posizione strategica era un posto di blocco partigiano a difesa dell’imbocco della Valle. Poco più in là è morto il partigiano diciottenne Nino Franchi a cui, più tardi, fu intitolato il distaccamento dislocato a Roccaforte, protagonista della battaglia di Cantalupo.
Ma continuiamo a camminare. Ci inoltriamo nelle Strette di Pertuso attraversando il Ponte del Carmine. Qui è conosciuto come il “Ponte Rotto” perchè il 3 ottobre del 1944 i partigiani lo fecero saltare in aria per impedire ai mezzi corazzati tedeschi di raggiungere l’alta valle.
A Pertuso siamo costretti a fermarci qualche minuto, a chiudere gli occhi e prendere fiato.
Dobbiamo immaginare il caldo torrido di fine agosto, tre giorni di combattimenti serrati, i tedeschi che attaccano con un cannone, con mortai e mitragliatrici. Dobbiamo immaginare dei ragazzi, poco più che bambini, che respingono gli assalti finchè, finite le munizioni, sono costretti alla ritirata. Tra il 24 e il 27 agosto 1944 i partigiani catturano 64 prigionieri e diverse armi. Tanti di loro però cadono sotto il fuoco nemico. Tra i feriti ci sono anche Chicchirichì, di Viguzzolo, e il polacco Cencio che il 29 agosto vengono intercettati dai fascisti a Cerreto di Zerba e uccisi a colpi di bomba a mano.
All’ospedale partigiano di Rocchetta, invece, si soccorrono anche i nemici.
Possiamo aprire gli occhi e riprendere a camminare seguendo il corso del torrente. Non perdete la concentrazione perchè quello che stiamo facendo non è un semplice esercizio di memoria.
Adesso dobbiamo cercare di guardare i volti di quei ragazzi, che non sono saliti in montagna per fare la guerra. E’ la guerra che li ha inseguiti fin lassù per tentare di distruggere il loro senso di giustizia, il loro desiderio di vivere come donne e uomini liberi.
I partigiani della Val Borbera non hanno resistito solo al fuoco di Pertuso, ma soprattutto riaprendo le scuole, costruendo esperienze uniche di democrazia diretta con le prime elezioni delle giunte popolari nell’autunno del 1944. A Rocchetta, per esempio, fu eletta la prima consigliera comunale donna e istituita una scuola media. I partigiani della Brigata Oreste assicuravano approvvigionamenti ai negozi, mandavano legna a Tortona per scaldare le scuole in cambio di sale e tabacco.
“Ci consideravamo proprio in missione politica – ha spiegato Giovan Battista Lazagna, vice-comandante della Divisione Pinan Cichero, in un’intervista rilasciata a Roberto Botta – Abbiamo preso anche delle iniziative particolari, ad esempio ricordo il laboratorio di sartoria di Cabella, dove si riunivano al pomeriggio le ragazze a cucire alcune cose per i partigiani; e chi stava dietro a questa iniziativa era la Marietta. Lei in quel periodo lì aveva l’incarico di dirigere l’ospedaletto di Rosano, ma era spesso a Cabella e seguiva queste ragazze con le quali c’era anche una discussione politica.”

Torniamo a noi. Siamo ancora qui, nella gola scavata dal Borbera e, in questo preciso istante, abbiamo capito che dobbiamo continuare a “salire in montagna”, non solo per portare un fiore al partigiano, ma per tenere viva quella discussione politica.
La montagna che nel suo incanto imponente e immobile si oppone alla devastazione del territorio; la montagna a cavallo tra due Stati che non segna un confine, ma apre un passaggio; la montagna che risveglia la dignità di un popolo e custodisce i sogni di una rivoluzione.
Un territorio di resistenza e contraddizioni che, spesso, ha messo alla prova l’essere umano e lo ha costretto a tracciare nuovi sentieri, a mettere in pratica diverse strategie di sopravvivenza, a progettare altri modelli di organizzazione e comunità.

Sarà proprio per questo che, chi sale in montagna, è sempre sotto attacco. Per i partigiani fu l’invasore nazi-fascista prima, il tradimento dei valori della Resistenza e il revisionismo storico poi.
Per chi sale in montagna oggi ci sono gli arresti, le denunce, le accuse diffamatorie alla sbarra. E’ sempre, in una forma o nell’altra, l’attacco di chi non ci vuole liberi.
L’unica forma di resistenza che abbiamo è quella che ci hanno insegnato i partigiani della Val Borbera: la guerra si fa con le armi, ma il nemico lo si combatte costruendo, nella pratica, altri mondi possibili.

* Ponte Rotto, G.B. Lazagna (Ed.Colibrì). La prima edizione fu pubblicata nel febbraio del 1946.

[mappe]

Abbiamo deciso di ridisegnare la mappa del nostro territorio attribuendo nuovi significati

ai luoghi e ai personaggi che incontreremo sul cammino

Autrice

Lucia Tolve 

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