“Ad Afrin un popolo multietnico e multiculturale resiste”

30 Aprile 2018 | 2018, Numero 5

“Si Amo Afrin” parole che significano allo stesso tempo amore e appartenenza. Questo è il nome della campagna a sostegno della popolazione curda, araba, yazida e assira in Rojava partita dall’Italia ed appoggiata da un lungo elenco di associazioni e movimenti, tra cui due importanti Ong: una italiana, il GUS (Gruppo Umana Solidarietà) e una in Rojava chiamata Hêvî Foundation.

Nella conferenza stampa di lancio avvenuta a Roma martedì 24 aprile è stata presentata la campagna di raccolta fondi, che si concluderà il 2 giugno (disponibile anche online su piattaforma di crowdfunding), il cui obiettivo finale è la raccolta di 200 mila euro. I portavoce delle diverse realtà coinvolte hanno, inoltre, descritto la situazione tragica in cui versa attualmente il cantone di Afrin a nord est della Siria. Lo stato turco, a partire dal 20 gennaio scorso, ha lanciato, infatti, l’operazione militare nota come “ramoscello d’ulivo” bombardando e invadendo militarmente il cantone, mirando di fatto a spezzare la continuità territoriale sotto il controllo dei curdi.
Sono centinaia i civili uccisi tra cui molti bambini, 350 mila gli sfollati. Sono stati bombardati acquedotti, scuole, siti archeologici, centrali elettriche e ospedali.
Prima di questa invasione la popolazione di Afrin viveva, come il resto della Siria del nord, secondo un modello di democrazia, di pace ed autonomia delle donne.
A seguito dell’offensiva turca la situazione è molto difficile perchè solo la Onlus Mezza Luna Rossa curda e l’amministrazione autonoma della rivoluzione stanno portando aiuto e soccorso. Ma i mezzi a loro disposizione sono pochi,ed è per questo motivo che è necessario sostenere il popolo di Afrin nella sua lottà per la libertà.

Abbiamo fatto qualche domanda a Karim Franceschi, uno dei volti pubblici di “Si Amo Afrin”, attivista e scrittore, si è arruolato nell’Unità di Protezione Popolare YPG nel 2015 e durante la sua esperienza di combattimento nella Guerra civile siriana, ha scritto il libro “Il combattente. Storia dell’italiano che ha difeso Kobane dall’ISIS”.

La scelta di lanciare la campagna il 25 aprile non credo sia stata casuale… qual è la connessione tra la lotta partigiana e la lotta delle donne e degli uomini ad Afrin?
La resistenza partigiana avvenuta in Italia, e quella di Afrin sono legate da un filo storico.
In Italia i nostri partigiani, hanno combattuto, con armi impari, contro l’asse nazi-fascista, per principi come la libertà e l’autodeterminazione, ma soprattutto per la pace.
Ad Afrin un popolo multietnico e multiculturale, che per sette anni ha vissuto in relativa pace, accogliendo profughi da tutta la Siria, si è ritrovato all’improvviso a resistere, contro l’invasione dell’asse Islamo-Fascista, dove la Turchia, seconda potenza Nato, ha utilizzato note formazioni jihadiste come Harakt Nour Al Zhenki, per compiere una vera e propria pulizia etnica.
La Turchia con la complicità dei governi europei, ha contrapposto l’ideologia jihadista della legge della Sharia imposta con la coercizione, ad una società libertaria e democratica. Qui le donne erano al centro della società, ricoprendo i ruoli più importanti dell’amministrazione del cantone. Afrin era un luogo in cui le minoranze religiose, come i cristiani e yazidi, erano libere di professare la propria religione, in una società aperta, libertaria e democratica. Così è stato nell’enclave di Afrin per sette anni, fino ad un mese fa, quando le bande jihadiste e l’esercito turco non si sono riversati sulla pacifica regione, bombardando, bruciando e saccheggiando tutto, nel silenzio internazionale.
Ora le case vuote dei 350 mila civili vengono assegnate alle famiglie dei jihadisti, e gli abitanti originari di Afrin sono costretti nella striscia di Shaaba, impossibilitati a muoversi tra il filo spinato turco, che gli impedisce di rientrare ad Afrin e la frontiera dei soldati di Assad, che chiedono 350 dollari a persona, per un salvacondotto per il Rojava. Questo popolo incredibile, lo stesso che ha liberato Kobane dall’ISIS, ora versa incondizioni critiche: senza viveri, senza medicinali, senza rifugio e dimenticato dal mondo.

Quanti paesi sono stati coinvolti nella campagna?
La campagna Si Amo Afrin è una campagna aperta, e orizzontale.
Fin dall’inizio, l’obiettivo era quello di coinvolgere la società civile internazionale, per bypassare il silenzio dei governi e dare gli strumenti al popolo di fare sentire la propria voce. Dall’Australia, al Canada, fino alla Polonia abbiamo collettivi e organizzazioni che stanno attivamente partecipando alla campagna. Ma la nostra vera forza sta nella nostra capacità di coordinarci con le organizzazioni stesse del Rojava, che ci forniscono dati sempre aggiornati sull’emergenza umanitaria e contenuto mediatico originale, raccolto sul posto, che utilizziamo per informare a partire da fonti dirette.

Quale sembra sia la risposta da queste prime settimane?
La risposta ci è sembrata, soprattutto in Italia, molto buona. Abbiamo in soli tre giorni raccolto più di 7 mila euro, e ogni giorno tanti gruppi e organizzazioni nel mondo, ci contattano sui nostri social media Facebook Si Amo Afrin e Twitter @SiAmoAfrin, per partecipare alla campagna e chiederci informazioni su come possono dare il loro contributo.

Come arriveranno a destinazione questi fondi e come verranno usati?
Fra i promotori principali della campagna c’è l’ONG GUS, che ha già dedicato una importante somma, per un convoglio di aiuti umanitari che partirà dal Kurdistan Iracheno, il primo maggio. Invece ogni singolo centesimo dei fondi raccolti con il crowd funding verrà destinato ai profughi di Afrin. Ci coordineremo con Heyva Sor Kurd, per raggiungere questo risultato. Essendo gli unici presenti sul campo, a Shaaba.

Autrice

Marta Sofia

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