Food delivery: sembra un gioco ma non è

7 Maggio 2018 | Numero 6

È passata una settimana dal 1° maggio, festa internazionale dei lavoratori, dove precarietà, sicurezza sul lavoro, condizioni e tutele contrattuali sono stati per 24 ore temi da affrontare in maniera strutturale.
Ma la verità è che nei restanti 364 giorni dell’anno è totalmente assente la volontà politica di mettere mano alle questioni legate a un mercato del lavoro in continua evoluzione ed espansione a cui corrisponde in maniera inversamente proporzionale il riconoscimento di garanzie e diritti dei lavoratori.

Il food delivery è un esempio calzante di sfruttamento lavorale del 3° millennio, e sempre di più sono le piattaforme internazionali che ti trasformano in un flessibilissimo lavoratore autonomo: Foodora, Glovo, Deliveroo, Just Eat solo per nominare le più conosciute.
Per diventare ciclofattorino per le piattaforme digitali di food delivery servono meno di 48 ore. Come ci racconta uno dei sei riders di Torino in causa con Foodora:
“Dopo un paio di colloqui il gioco é fatto! Vengono distribuiti maglietta e zaino brandizzati, casco (quando c’è) e si é pronti a partire! Le richieste dell’azienda sono chiare: presentati in orario ed in divisa in un punto preciso della città, generalmente una piazza del centro, connettiti all’app per ricevere ordini ed accetta le consegne che inizieranno ad arrivare.”
Quello che può sembrare un gioco o un modo per fare sport ‘pagato’ è in realtà per migliaia di persone un lavoro che rappresenta un’integrazione al reddito fondamentale se non la fonte principale di sostentamento.
A scegliere questa prospettiva lavorativa ci sono persone con storie, situazioni e necessità diverse, dai cittadini extracomunitari ai cinquantenni scaricati nel baratro della disoccupazione fino agli studenti neolaureati stufi di praticantati e tirocini gratuiti. L’economia delle piattaforme, in sostanza, intercetta una fetta di società decisamente variegata.
Ma allora perché dal 2016 in diverse città italiane sono iniziate le proteste?
È necessario fare un passo indietro. Queste piattaforme si inseriscono in quella che viene definita la gig economy: un modello economico sempre più diffuso dove non esistono più le prestazioni lavorative continuative ma si lavora on demand, cioè solo quando c’è richiesta.
Nella gig economy il lavoratore di fatto aliena una parte della propria vita per eseguire l’attività, fornendo lui stesso le attrezzature; dunque, tutto è mirato all’individualismo e al richiamo alla produzione, mediata però da una piattaforma, un ente terzo con il quale si firma un contratto. Nominalmente si è lavoratori autonomi, ma di fatto si è dipendenti.
La realtà della gig economy – in particolare del food delivery – fa del precariato cronico la sua forza, e il metodo di guadagno principale su cui si basa la paga dei lavoratori è quello del cottimo.

“Dopo un po’ di tempo in strada, inizi a renderti conto che il telefono si usura, il mezzo di trasporto necessita di continue manutenzioni ed i rischi a cui sei esposto, dal traffico alle condizioni meteo, non sono in nessun modo coperti dall’azienda, che avrà sempre qualcuno pronto a sostituirti se dovessi crollare spompato dalla fatica o rimanere bloccato a casa da un’influenza. Loro continuano a macinare ordini e kilometri, tu aspetti di stare meglio e speri di riuscire a rientrare nel giro di “quelli che prendono turni”, gli affidabili, che accettano tutti gli ordini e lavorano sempre al fine settimana.”

Queste aziende si basano quindi sulla retorica della flessibilità a tutti costi, ma a quale prezzo?

“È un lavoro che ci vorrebbe sempre soli, concentrati sulla strada da percorrere o in attesa di ordini fissando lo smartphone, ma basta davvero poco per incontrarsi, conoscersi e scoprire che le problematiche sono collettive e non personali. Arrivati a questo punto nasce inevitabilmente il desiderio di confrontarsi con l’azienda, che reagisce sempre in maniera piuttosto stizzita ed imbarazzata di fronte alle varie delegazioni di rider che, di volta in volta, si presentano agli uffici reclamando, prima di tutto, il riconoscimento della propria dignità di lavoratori. Quando le richieste e le sorprese si fanno troppo pressanti ecco che iniziano le ripercussioni e le punizioni esemplari: turno sospesi, minacce e silenzio, silenzio, silenzio. L’azienda non ha un volto, o meglio, i volti ci sono, ma nessuno è mai responsabile di nulla, ed i rider… aspettano. L’inizio di proteste meno formali, come scioperi, cortei ed attività di sensibilizzazione presso i colleghi, scatena l’ira definitiva dei capi, che sospendono definitivamente dall’assegnazione dei turni diversi rider, tra cui i sei ricorrenti, sino alla scadenza dei loro contratti.”
Marta Fana in “Non è lavoro, è sfruttamento” scrive che “rendere il mercato del lavoro più flessibile è stato un obiettivo di politica economica funzionale al rafforzamento del capitale e della sua autorità sul lavoro e sui lavoratori (…) la precarietà è l’anticamera della riduzione di potere dei lavoratori, della loro capacità di autodeterminazione e della possibilità di partecipare alla vita politica economica e sociale del paese.”
L’Italia è abissalmente in ritardo rispetto a prospettive politiche e decisioni legislative in materia di lavoro, rispetto soprattutto alle nuove forme del mercato del lavoro, ancorata invece ad una mentalità che dà pedissequamente ragione al privato, a dispetto di un lavoratore tollerato solo quando china il capo, anche alle ingiustizie più palesi.
La conferma è arrivata con la sentenza di aprile del tribunale di Torino che ha respinto su tutta la linea il ricorso con cui sei ex rider di Foodora hanno citato in giudizio la multinazionale tedesca specializzata nelle consegne a domicilio di cibo per reclamare un «giusto» trattamento economico e normativo.
Non si riesce, o non si vuole, vedere che il lavoro è cambiato, che la sicurezza sul lavoro non si esaurisce alla porta della fabbrica dove nel ‘900 si svolgeva il rapporto di lavoro. Nel 3° millennio il confine tra tempo del lavoro e tempo del non lavoro è sempre più labile, così come è sempre più labile il confine tra il luogo del lavoro e il luogo del non lavoro.
La tutela della sicurezza del lavoratore oggi deve necessariamente andare oltre le porte dell’ufficio o della fabbrica per abbracciare tutto ciò che avviene da quando il lavoratore (subordinato, parasubordinato o autonomo) esce di casa fino a quando vi rientra.

Autrice

Marta Sofia

Altri articoli di questo numero