Dalla parte del Quarto Stato

7 Maggio 2018 | [Mappe], 2018, Numero 6, Reddito & Capitalismo

“Comunicato ufficiale. Dal 17/08/2012 i marocchini dipendenti dell’azienda agricola Lazzaro Bruno e Lazzaro Mauro cessano l’attività presso la suddetta azienda e non lavorano più.”

Nell’era pre-WhatsApp per licenziare illegittimamente i propri dipendenti servivano ancora carta e penna. I proprietari dell’azienda agricola di Castelnuovo Scrivia, forse, oggi avrebbero usato una bella chat di gruppo, riservata ai “marocchini”, per comunicare la fine del rapporto di lavoro. Ai tempi, invece, avevano dovuto affiggere il cartello con le parole sopracitate ad un palo della luce di fronte al presidio dei quaranta braccianti che si erano mobilitati contro le dure condizioni di lavoro e le già misere paghe che si erano trasformate in acconti versati sempre più raramente.

Lo scorso 2 maggio, quasi sei anni dopo, si è svolta al Tribunale di Alessandria l’udienza preliminare per il rinvio a giudizio dei Lazzaro, padre e figlio, e dell’ex impiegata Iliana Battistuta accusati, a vario titolo, di minacce, abuso di autorità, disapplicazione delle norme contrattuali e del lavoro, impiego di personale irregolare, uso di epiteti ingiuriosi ed estorsione. Il giudice ha accettato la richiesta di patteggiamento che ha fatto decadere il reato di estorsione, ritenendo che rientrasse nel maltrattamento delle donne e degli uomini sottoposti a pesantissime condizioni di lavoro.
“E’ difficile dire – ha commentato Gianluca Vitale, uno degli avvocati difensori degli ex braccianti – se abbiano deciso di patteggiare per chiudere il prima possibile la vicenda o per timore di dover affrontare un processo con gravi capi d’imputazione. L’unica cosa certa è che il patteggiamento non prevede alcuna forma di risarcimento, neanche simbolica, per i braccianti che hanno subito un danno considerevole.”
Il danno a cui si riferisce la difesa non è solo di natura economica. “Le donne e gli uomini impiegati in quell’azienda – ha sottolineato l’avvocato – sono stati sottoposti a condizioni di grave sfruttamento, ad umiliazioni e soprusi ben più pesanti del mancato pagamento dei salari.”
A cui vanno aggiunte le conseguenze della loro mobilitazione. Perdere il lavoro significa perdere la casa in cui vive la propria famiglia. Perderlo in quel contesto significava anche giocarsi la possibilità di costruirsi un futuro in Italia, esporsi al rischio di un processo e di un rimpatrio nel Paese da cui si era fuggiti.
Le ritorsioni nei loro confronti non sono mancate, a partire dal processo, intentato dagli stessi Lazzaro, che vede una decina di loro ed un sindacalista (attivista del Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia) accusati di occupazione e violenza privata.
Eppure, le ragioni per quella protesta c’erano e sono anche state riconosciute dal Tribunale di Torino che, in appello, ha accolto tutti i ricorsi presentati dagli ex braccianti per recuperare i pagamenti dovuti dall’azienda.
Al di là della cronaca giudiziaria di questa vicenda, su cui avremo certamente modo di tornare, vale la pena di fermarsi a riflettere sulla realtà su cui è stata in grado di accendere i riflettori.
In ogni ambito lavorativo, ci sono uomini e donne meschini e senza scrupoli che considerano gli esseri umani come mera forza lavoro, a cui cercano di strappare diritti e dignità. Uno schema che non conosce razza né ceto sociale, ma che meglio si adatta alle lavoratrici e ai lavoratori stranieri tenuti sotto ricatto da un intero sistema che usa (anche) il lavoro per instaurare rapporti di forza che generano discriminazioni ed emarginazione sociale.
La rottura di quello schema, nel 2012, ha portato a galla una realtà che nelle nostre campagne è sempre esistita e che nemmeno i processi e la dignità di un gruppo di persone è riuscita ad arginare. “Solo sul territorio di Alessandria – conferma Vitale – ci sono due o tre episodi di caporalato ancora in fase di indagine. Tanto per rimanere in Piemonte, basti citare il caso dei braccianti stagionali di Saluzzo (in provincia di Cuneo, ndr) o episodi simili di sfruttamento che io stesso sto seguendo ad Asti.”
Insomma, il caporalato, la criminalità organizzata, la connivenza delle Istituzioni e degli organi che dovrebbero avere funzioni di controllo e tutela dei lavoratori. Succede sempre da un’altra parte, non è mai un problema nostro. Finchè un cartello affisso su un palo della luce in una giornata d’agosto fa vacillare anche le ultime sicurezze. Gli immigrati ci rubano il lavoro? Sì, se quello che li riduce in schiavitù può essere considerato tale, mentre noi rubiamo a loro la possibilità di tenere vivi i progetti e le speranze per il futuro.
Per fortuna possiamo sempre scegliere se ribellarci a loro o con loro, contro chi antepone il profitto alla dignità delle persone.
Il Tribunale ha condannato i Lazzaro a 1 anno e 7 mesi e l’ex impiegata ad 1 anno e 3 mesi con la condizionale, ma “la lotta va avanti nonostante tutto – scrivono dal Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia – Noi continuiamo con lo sportello legale e la lotta per la casa e continuiamo a raccogliere dati e segnalazioni di diversi lavoratori delle aziende agricole del tortonese e della bassa Valle Scrivia.”
La battaglia proseguirà anche sul piano legale visto che il Presidio ha annunciato di voler intentare altre cause civili affinchè gli imprenditori agricoli, che subito dopo la mobilitazione hanno ipotecato beni per un valore di 840.000 euro, restituiscano agli ex braccianti ciò che è dovuto.
Sulla strada provinciale che collega Castelnuovo Scrivia a Tortona, allo stesso indirizzo dell’azienda agricola Lazzaro Bruno e Lazzaro Mauro, oggi c’è la Castelfresco Srl una ditta produttrice di cereali e granaglie i cui rapporti con i Lazzaro, decisamente poco chiari, saranno oggetto di verifiche e futuri approfondimenti su questa rivista.
Sulla nostra mappa, però, quelle coordinate ci conducono nel luogo in cui, sei anni fa, 40 braccianti agricoli alzarono la testa, contribuendo alla trasformazione di un pezzo della nostra società.

E’ possibile sostenerli nell’iter processuale con contributi economici che possono essere versati nella Cassa di Resistenza su Carta Postapay 4023 6006 6943 9400.

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Abbiamo deciso di ridisegnare la mappa del nostro territorio attribuendo nuovi significati

ai luoghi e ai personaggi che incontreremo sul cammino

Autrice

Lucia Tolve

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