L’underground è morto. Viva l’underground

7 Maggio 2018 | 2018, Cultura & Underground, Numero 6

La stagione dei concerti, dei festival grandi e piccoli, dei tour delle band, degli show anch’essi grandi o piccoli che siano è alle porte. Negli ultimi 20 anni, il confine tra underground e mainstream si è lentamente assottigliato, o meglio, si è velenosamente sfumato. Il music business ha fagocitato quello che un tempo veniva definito underground grazie ad una alchimia di mezzi di produzione-mezzi di comunicazione che permettono la repentina nascita-acme-morte di musicalità, generi e personalità nel giro di una stagione.
La radicale trasformazione dell’industria musicale stessa ha creato altresì un gap abissale tra mondo di sopra e mondo di sotto del panorama musicale di cui le piattaforme multimediali di streaming on demand sono i cancelli dorati che separano l’uno dall’altro, a tratti in maniera permeabile, ma in generale senza soluzione di continuità.
Ciò che un tempo permetteva di determinare e soprattutto permetteva ai musicisti, alle band, ai produttori, di determinarsi quali indipendenti e dare quindi consistenza ad un universo generatore di suoni, nuovi, corpi inconsistenti ma reali, iconografie ribelli e narrazioni iconoclaste del presente.
Non mi perderò nei meandri di un resoconto storico di quanto l’indipendenza musicale sia stata fondamentale per l’evoluzione del sound globale, per la creazione di tutte le colonne sonore del mondo, di ogni momento di rivoluzione come di ogni momento di reazione, poiché l’industria musicale da subito ha compreso le potenzialità commerciali di certe sonorità e le ha introiettate in essa, digerite e proiettate nella società del capitale ammorbidite ed arrotondate.
Ogni momento di realtà musicale ad oggi si perde nell’opaco confine tra industria ed artigianato musicale, spesso in quella linea sottilissima che viene definita musica indipendente o scena emergente. In quella linea impalpabile ma ricca di contatti e denaro, infiltrata di major semiripulite, sta altresì uno stacco, una separazione dettata anche e soprattutto dalla conformazione stessa della società post-contemporanea che necessariamente si riflette sulle modalità di fruizione della musica: la globalità della rete, lo scambio, l’istantaneo, la distanza zero, l’idealità del mondo della rete quale parallelo pianificatore dei diritti è naufragata con l’annullamento (per legge) della net neutrality e prima ancora. Questa modalità di rapporto con una realtà parallela dalle infinite potenzialità libertarie per l’espressione musicale, tarpate dalla voracità del capitale, ha separato ciò che si formava in una certa maniera e da esso traeva la sua forza primigenia. Parlo della territorialità della musica indipendente. Della creazione di ciò che vivifica e rende consistente un panorama musicale: che si chiami scena, che si chiami suono di, in qualche maniera è necessario che venga a crearsi una relazione organica fra territorio-città-zona e musica-musicisti.
Nessuna meraviglia: il sound di Seattle per il grunge è antonomasico come il punk-hardcore di Torino e la scuola trap di Atlanta è profondamente legata a luoghi precisi esattamente come la techno di Berlino.
Per puro godimento etimologico possiamo citare il fatto che under-ground porta in sé il termine “ground”, terreno; mentre in contrapposizione main-stream cova al suo interno “stream”, corrente: una precisa determinazione di luogo contro un’astratta appartenenza ad un non meglio identificato etere.
Nessun campanilismo va tuttavia ricercato in questa analisi, non si tratta di innalzare una determinazione geografica a simbolo o fare l’apologia dell’appartenenza ad una “scena”, anche perché le categorie attraverso cui si esplica la musica, l’underground in particolare come già visto, sono mutate e mutano in continuazione. Si tratta piuttosto di rendersi conto che la possibilità di esprimersi, produrre significato (in ambito musicale ma non solo) passa per una serie di significanti che originano nello scambio, nella
relazione, nella contaminazione, nell’organizzazione diretta delle forme di espressione della propria musica.
Così ciò che è da ricercare è la messa in gioco diretta di chi la musica la pratica, la produce in un determinato luogo, per fare in modo che diverse realtà musicali entrino in contatto fra loro, si modifichino e si influenzino, contaminandosi e rendendo da una parte adeguatamente profondo un determinato sound e dall’altra formino capacità e forze che siano utili all’attivazione indipendente e, col tempo, buone all’emersione dal sostrato e alla sfida dentro e contro il mainstream.
La situazione attuale è strana, particolarmente complicata da derimere; esistono innumerevoli realtà, festival, collettivi, web-radio, luoghi di aggregazione che battono il tempo della nuova musica indipendente e alimentano il respiro dell’underground.
Ad Alessandria abbiamo goduto a fasi alterne della magica alchimia di suoni, autorganizzazione, autoproduzione e contaminazione di diversi stili, suoni, parole d’ordine, colori ed immagini.
Cosa può scaturire al fondo di un’analisi di questo tipo? Cosa può aiutare a definire per ridefinire la materia musicale dell’underground alessandrino? Narrare ciò che c’era, ciò che c’è e alimentare le prospettive di ciò che sarà in un racconto collettivo fuori dal tempo.
L’invito è quindi di scrivere alla redazione ed è aperto a tutte e tutti, l’obiettivo, per quanto lontano, sfumato e velleitario è quello di alimentare un fuoco che è solo sopito in ogni dove e che alcuni movimenti stanno riattizzando anche ad Alessandria.

Autore

Elio Balbo

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