Il welfare generativo, questo sconosciuto

14 Maggio 2018 | 2018, Numero 7

La scorsa settimana, a seguito delle due sedute del Consiglio Comunale del 18 e 20 ottobre scorso che ne hanno sancito l’approvazione, la (purtroppo anche) nostra amministrazione ha reso pubblico il documento “Linee programmatiche relative alle azioni e ai progetti da realizzare durante il mandato amministrativo 2017-2022”.
Preferiamo rimandare la riflessione sui contenuti del testo e sulla programmazione politica del Comune di Alessandria, che riteniamo doverosa e non mancheremo di fare nei prossimi numeri. L’aspetto su cui intendiamo soffermarci e ragionare è, piuttosto, quello del welfare generativo.

Siamo stati, infatti, colti da profondo stupore alla lettura, nella premessa delle linee programmatiche, dei paragrafi:

“L’Amministrazione Comunale non trascurerà poi il welfare, il cui modello attuale – basato quasi esclusivamente su quello dello Stato, che raccoglie e distribuisce risorse, con l’ausilio di un sistema fiscale (da ripensare, perché iniquo e farraginoso) e i conseguenti trasferimenti – oggi risulta ormai superato.
È necessario raccogliere nuove sfide e concretizzare un modello di welfare generativo (WG), un welfare in grado di rigenerare e far rendere le risorse (già) disponibili, per aumentare il rendimento degli interventi delle politiche sociali a beneficio degli assistiti e dell’intera collettività.
Si tratta quindi di passare dal welfare attuale, che raccoglie e ridistribuisce, ad un welfare che, oltre a raccogliere e ridistribuire, rigenera le risorse rendendole redditizie, grazie alla responsabilizzazione legata ad un nuovo modo di intendere i diritti e i doveri sociali.”

Senza dubbio un’interessante ragionamento, che si rifà (con un bel copia+incolla?) al paragrafo che riportiamo di seguito tratto dal sito dedicato al Welfare Generativo dalla Fondazione Zancan, che per prima si è fatta portatrice di questa proposta sociale e culturale.

“Va superato un modello di welfare basato quasi esclusivamente su uno stato che raccoglie e distribuisce risorse tramite il sistema fiscale e i trasferimenti monetari. Serve un welfare che sia in grado di rigenerare le risorse (già) disponibili, responsabilizzando le persone che ricevono aiuto, al fine di aumentare il rendimento degli interventi delle politiche sociali a beneficio dell’intera collettività.”

Ma se proviamo a guardare oltre la passiva pedissequità troviamo che al tanto accento dato in fase di premessa delle Linee programmatiche al WG, non corrisponde nessuna elaborazione più articolata del concetto.
Di welfare generativo, infatti, non vi è traccia in nessuna delle 21 pagine che costituiscono il testo.
Il Comune di Alessandria smentendo i propri nuovi intenti privilegia, invece: “gli interventi economici diretti, rivolti in particolare alle cosiddette “nuove povertà”, rispetto all’erogazione di servizi” ed un approccio che, a scorrere le linee programmatiche pare essere quel del mantenimento nei classici compartimenti stagni della raccolta e della distribuzione.

Insomma, la cosa che appare chiara è che a qualcuno questo millantato concetto di welfare generativo non è chiaro per niente.
Ma cosa intendiamo quando sentiamo parlare di Welfare generativo?
È tutto racchiuso in 5 R: Raccogliere, Redistribuire, Rigenerare, Rendere, Responsabilizzare. Così non dicono molto, ma con un esempio spesso tutto appare più chiaro.

Esempio: l’esperienza degli uffici giudiziari nella regione Lombardia. Lavoratori in cassa integrazione o in mobilità, vengono coinvolti in esperienze lavorative presso alcuni uffici giudiziari. L’obiettivo è duplice: favorire lo sviluppo di nuove competenze professionali da parte dei lavoratori coinvolti, e al tempo stesso permettere agli uffici giudiziari lombardi di fronteggiare la carenza di personale in ambito amministrativo.

Considerazioni: inizialmente viene da pensare, beh non è male, insomma anziché stare a casa e deprimersi per la disastrosa condizione lavorativa ed economica, si fanno nuove esperienze, si acquisiscono nuove competenze. Ma soffermandosi qualche minuto sorge qualche domanda…come e dove verranno sfruttate le competenze acquisite quando finirà la cassa integrazione? La carenza di personale è giusto che venga ciclicamente coperta in questa maniera anziché pensare a nuove assunzioni di giovani preparati e formati? Non sarebbe meglio avere un piano di sostegno alle piccole aziende locali per evitare di dover mettere in cassa integrazione, licenziare o dichiarare fallimento?

Pare che venga scoperta solo ora l’importanza del tessuto sociale, del concetto di comunità e di forme di mutualità collettiva, ma di fatto il clima sociale difficile che viviamo in cui prevalgono sfiducia, cinismo, opportunismo e individualismo è alimentato da chi porta avanti pratiche di privatizzazione ed esternalizzazione dei servizi, di enormi tagli all’istruzione, alla sanità e ai servizi sociali, monetizzando ogni aspetto della vita e individuando nel più povero o nel diverso la causa dei problemi.
Insomma questo tipo di welfare si basa su un convincimento errato e non condivisibile, quello secondo cui la crisi economica è un male incurabile e non il frutto di precise scelte politiche.

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