Benvenuta nel ventunesimo secolo, Irlanda!

28 Maggio 2018 | 2018, Generi & Femminismo, Numero 9

Mentre in Italia le donne festeggiano il quarantennale della legge 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza) lottando strenuamente per la sua applicazione – a rischio a causa dell’alto numero di medici obiettori (in media il 70 %) -, l’Irlanda ha finalmente deciso quale sarà il futuro dell’articolo 40.3.3º.
L’articolo, conosciuto come ottavo emendamento della sua costituzione, verrà abrogato e sarà varata una legge per legalizzare l’aborto. 
Il 25 maggio i cittadini e le cittadine irlandesi si sono recati alle urne per votare il referendum in merito all’abrogazione dell’articolo che, approvato sempre tramite referendum il 7 settembre 1983 e promulgato il 7 ottobre 1983, rese incostituzionale l’aborto in ogni circostanza, fatta eccezione in caso di grave ed imminente pericolo per la vita della donna.
I favorevoli all’abrogazione, fautori della campagna “Repeal the 8th”, hanno vinto con il 66,4% dei voti, mentre il “no” si è attestato al 33,6 %. L’affluenza è stata del 64,51 %.

Abbiamo intervistato Michela Ferrando, alessandrina di nascita e irlandese d’adozione. 
Michela vive da tre anni a Dublino dove si occupa di politiche ambientali e ha vissuto in prima persona questo lungo percorso verso l’istituzione del referendum.

Cosa prevedeva l’articolo 40.3.3º della costituzione irlandese sull’interruzione di gravidanza?
La legge antiaborto in Irlanda era tra le più restrittive e il margine di intervento o flessibilità sulla norma era praticamente nullo. Secondo l’ottavo emendamento il consenso all’aborto poteva essere dato solo in caso di “grave rischio” per la salute della madre. Nessun’ altra circostanza era tenuta in considerazione, compresi: stupro, violenza, gravi malformazioni o patologie del feto, incesto, tutto ciò che non veniva considerato “grave rischio” all’incolumità della vita materna (ad esempio, cure chemioteratiche nel caso la madre fosse malata di tumore). L’ottavo emendamento equiparava la vita dell’embrione alla vita della madre. In altre parole, significava riconoscere eguali diritti alla vita ad un agglomerato di cellule appena formato allo stesso livello di una donna adulta. La violazione della normativa prevedeva fino a 14 anni di carcerazione.
Questo da un punto di vista legale, per non parlare dello stigma sociale, dell’umiliazione e del trauma psicologico che tante donne sono state costrette ad affrontare da sole, senza assistenza. In termini pratici, l’ottavo emendamento obbligava le donne che volessero o avessero necessità di abortire per forze di causa maggiore, a salire su un aereo diretto in Gran Bretagna, dovendo sostenere ingenti spese economiche che evidentemente non tutte erano nella posizione di poter affrontare. In questi ultimi casi, erano evidentemente ben poche le alternative.

Nel referendum che nell”83 portò all’approvazione dell’articolo 40.3.3º l’Irlanda si trovò in parte divisa. Che clima si è respirato in questi ultimi tempi?
L’opinione pubblica era – e temo sia ancora – fortemente polarizzata. Un primo spartiacque è stato sicuramente la distanza tra Dublino – capitale del paese, città giovane, progressista e con un’alta percentuale di studenti e lavoratori stranieri – e il resto del paese, che consiste in una realtà rurale, tradizionalmente reazionaria, dove il ruolo della donna è ancora molto spesso subordinato alle figure maschili. Il secondo divario era facilmente riscontrabile nel gap generazionale. Abbiamo avuto comunque una piacevole sorpresa, visto il risultato positivo anche nelle contee più tradizionalmente restie al cambiamento.
La campagna a favore dell’abrogazione è stata molto intensa e sentita, soprattutto a Dublino. Era impossibile restarne fuori.

Qual è il percorso che ha portato all’indizione del referendum? Gli irlandesi e le irlandesi, e soprattutto i giovani, sono attivamente coinvolti e interessati alla tematica?
Quest’ultima ondata di proteste, che ha portato finalmente al tanto agognato “Repeal the 8th”, è partita nel 2012, per l’indignazione scatenata dal caso di Savita Halappanavar, una giovane donna di 31 anni morta per sepsi a causa di complicazioni legate alla gravidanza, di fronte all’impotenza dello staff medico ad intervenire. Il volto di Savita è diventato uno dei tanti simboli del movimento.
La mobilitazione “Pro Choice” è stata impressionante, ha coinvolto donne e uomini di ogni età, ma le nuove generazioni sono state sicuramente protagoniste. Come dicevo, io ho vissuto questo periodo di attesa a Dublino, il che potrebbe offrire una visione parziale, ma mi sento di dire che l’intera città ha partecipato. Dagli esercizi commerciali alle campagne social, gli eventi di fundraising e i gruppi di volontari all’aeroporto ad accogliere chi tornava dall’estero per votare. Tutto questo contro una campagna antiabortista a mio avviso disgustosa e ipocrita, lautamente finanziata dai movimenti “Pro life” (come se gli altri fossero “Anti Life”) che parlava della legalizzazione dell’aborto come – e cito, tra le tante – “Licenza ad uccidere bambini”.
E’ stato davvero emozionante fare parte di questa comunità. Le nuove generazioni vogliono un’Irlanda diversa e l’hanno dimostrato.

Tu hai partecipato attivamente alle manifestazioni? Per quale motivo?
Mi fa molto piacere che tu mi faccia questa domanda, perché mi è stato chiesto con tono accusatorio per quale motivo mi battessi per cambiare una costituzione che non era neanche la mia. Io ho partecipato come donna, perché se c’è ancora qualcuno che pensa di poter imporre ad una donna una decisione simile senza la possibilità di decidere da sé, questo è anche un problema mio. Ho partecipato perché potrebbe capitare a me, perché voglio che non capiti a nessuno che conosco o a cui voglia bene, perché amo questo paese come fosse il mio e perché, come ha dimostrato la campagna “Together For Yes”, insieme si può riuscire a cambiare le cose.

La contraccezione d’emergenza è facilmente accessibile? Mentre la cosiddetta “pillola abortiva”, quella che noi conosciamo come aborto farmacologico o con il nome dato della prima azienda produttrice, RU486, era reperiribile anche in un regime di illegalità?
Per la cosiddetta “pillola del giorno dopo” non è richiesta alcuna prescrizione, è previsto un rapido consulto con il farmacista ma il farmaco ti viene venduto nell’arco di 10 minuti senza problemi. La “pillola abortiva” (fino all’altro ieri illegale) veniva ordinata via posta e con il sostegno delle associazioni che si occupano di offrire supporto alle donne in difficoltà in simili circostanze. Il rischio era evidentemente molto alto dal momento che, come dicevo prima, decidere del proprio corpo era equiparato ad un crimine e punibile con la carcerazione. L’aborto in Irlanda è sempre esistito e in numeri non inferiori agli altri paesi. Votare NO non avrebbe significato cancellare l’aborto, ma solo il diritto delle donne a ricevere un’appropriata assistenza sanitaria e psicologica.

Sai qualcosa in merito a come funziona in Irlanda l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole?
Ho posto la stessa domanda ad un mio amico irlandese e la sua risposta è stata “It’s a joke”.
L’Irlanda è un paese che sconta un oscurantismo religioso impressionante e solo in questi ultimi anni – anche a seguito di tanti scandali – , gradualmente, se ne sta liberando. L’educazione nel paese è fornita in gran parte da scuole cattoliche. L’ammissione agli istituti scolastici è subordinata al battesimo (se non sei stato battezzato non puoi essere ammesso). La maggior parte delle scuole (fino alle superiori) prevede la separazione tra maschi e femmine. In alcuni casi il miglior metodo contraccettivo consigliato è ancora l’astensione dai rapporti sessuali.

Domanda retorica: ti ritieni soddisfatta del risultato del referendum?
Sinceramente, mi avrebbe messo in difficoltà l’idea di vivere in un paese in cui i miei diritti in quanto donna non vengono considerati e rispettati. Anche ora che il voto ha espresso un’opinione in larga parte favorevole, non credo che le cose saranno facili. Immagino ci saranno proteste di fronte alle cliniche e numerosi obiettori di coscienza. È stata comunque una battaglia di civiltà che spero abbia aperto un dibattito più ampio e abbia aperto gli occhi a molti uomini (e donne!) sulle discriminazioni di genere che tante donne sono chiamate ad affrontare ancora oggi, nel 2018, su molteplici fronti.

Autrice

Lorenza Neri

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