La guerra agli ultimi è legge

29 Novembre 2018 | 2018, Numero 25

Articolo pubblicato su Laboratorio Sociale

Martedì 27 novembre il c.d. “decreto salvini” ossia il Decreto Legge n. 113/2018 su Sicurezza ed Immigrazione, fortemente voluto dalla Lega e dal suo leader, ha ottenuto la fiducia alla Camera.
Si compie così, con l’infame ultimo atto targato cinquestelle, ovvero il ritiro degli emendamenti che potevano bloccare la legiferazione, il primo atto ufficiale del delirio securitario e xenofobo del governo dei “due premier e mezzo”.
Salvini ha utilizzato diversi sotterfugi, ultimo proprio il trabocchetto della fiducia che, di fatto, implica che non vi sia alcuna discussione sul merito della norma che si vuole introdurre.
Peraltro, ancora più scandaloso appare che ogni emendamento proposto dai parlamentari sia stato respinto, mentre risulta approvato il maxi emendamento proposto proprio dal Governo per modificare in senso ancora più restrittivo le previsioni in materia di diritto di asilo, d’immigrazione, del sistema di accoglienza, di cittadinanza, di sicurezza e di gestione dei beni confiscati alle mafie.

A pensar male, che si sa, si commette peccato ma raramente ci si sbaglia, sembrerebbe che l’intenzione del ministro dell’interno sia quella di voler far passare un decreto ancora peggiore di quello cui aveva apposto la propria firma – già con forti difficoltà e perplessità – il Presidente della Repubblica.

Tutto ciò, come sempre, in barba alla Costituzione ed ai princìpi in essa sanciti.
La domanda che sorge spontanea per chiunque voglia addentrarsi in un minimo ragionamento socio-politico è: quali sono le reali intenzioni del ministro?
Date le premesse, infatti, non è logicamente possibile ritenere che lo scopo, millantato dal ministro, sia quello di ridurre la clandestinità perché l’unico risultato prevedibile è quello di avere migliaia e migliaia di individui invisibili, “sans papiers” ma soprattutto senza diritti.

L’accoglienza dei richiedenti asilo è disciplinata da normative europee rese esecutive da norme nazionali. A livello europeo si colloca la Direttiva Accoglienza, che trova attuazione nell’ordinamento italiano per il tramite del D.Lgs. 142/2015.
Con riguardo alla normativa UE, l’accoglienza dovrebbe articolarsi in un sistema multilivello, che in Italia è rimasto tale solo sulla carta. Il percorso dei richiedenti asilo e i livelli di accoglienza a cui hanno accesso nella pratica, finora sono stati puramente basati sul caso. Salvini, invece, intende definire chiaramente i livelli del sistema: dequalifica l’accoglienza a cui i richiedenti asilo hanno diritto riducendo i servizi erogabili ed impedendo loro l’accesso allo Sprar.

Nel 2017 l’allora Ministro dell’Interno, Minniti introdusse con il DM del 7 marzo 2017 uno schema di capitolato di gara d’appalto CAS (centri di accoglienza straordinaria per richiedenti asilo) che premiava le realtà che proponevano l’accoglienza di grandi numeri di persone. Gli stessi parametri di servizio venivano però applicati anche ai piccoli centri.
Il risultato atteso di tale modello era quello di eliminare la cosiddetta “accoglienza diffusa”, più facilmente assimilabile agli standard di qualità Sprar, in favore di grandi centri, in cui i beneficiari vengono stipati e ai quali viene offerto un servizio massificato e standardizzato. Inoltre, in questi centri viene limitata la libertà di circolazione in nome del controllo.

Tuttavia, il progetto di Minniti non ha avuto il tempo di entrare pienamente a regime. Scattando infatti una fotografia ai progetti Cas attivi oggi, si registrano due situazioni, in base alla Prefettura di riferimento:

1. la Prefettura ha effettuato un nuovo bando di gara secondo le indicazioni di Minniti; ha fatto la selezione dei candidati; gli enti, dopo aver firmato la convenzione con la Prefettura, ne stanno applicando i parametri.

2. la Prefettura ha effettuato un nuovo bando di gara secondo le indicazioni di Minniti, ma non ha ancora pubblicato i risultati della gara; gli enti stanno continuando a lavorare in proroga tecnica sulla base della convenzione precedente (è il caso di Alessandria e Provincia).

Anche Salvini, per non essere da meno, si è messo al lavoro per creare nuove linee guida in materia di appalti per i servizi di accoglienza.

Si parla di grandi centri di accoglienza, che vanno dai 150 fino ai 1800 posti.
Si citano anche i centri di accoglienza “individuale”, ovvero l’accoglienza in appartamento di piccoli numeri di persone (attualmente in questi centri è accolto circa l’80% delle persone ad oggi inserite nel sistema).

A variare sarà la retta corrisposta pro die e pro capite agli enti gestori dei centri. Mentre fino ad ora la cifra si aggirava intorno ai 35 euro, la proposta di Salvini è di ridurre la quota ad una cifra che oscilla fra i 19 e i 26 euro, in base alla dimensione del centro.

In generale, i famosi “35 euro al giorno” vengono corrisposti agli enti gestori dei progetti di accoglienza (e non direttamente al migrante, come amano sbandierare gli ignoranti) e, attualmente, dovrebbero essere così utilizzati: 2,50 costituiscono il pocket money, ossia la cifra versata ad ogni ospite per i propri fabbisogni giornalieri, mentre il resto della quota dovrebbe essere utilizzata dagli enti per l’affitto delle strutture, lo stipendio delle diverse figure professionali impiegate nei progetti, la fornitura di alimenti, vestiario, prodotti per l’igiene, farmaci, l’orientamento e assistenza legale, l’orientamento ai servizi del territorio, assistenza psicologica, lezioni di italiano e altre spese per l’integrazione.

La riduzione della quota giornaliera non può che avere effetti disastrosi sulle persone accolte, in termini di qualità e quantità dei servizi erogati, e sui piccoli centri di accoglienza costretti a chiudere, non potendosi più presentare alle gare d’appalto per insostenibilità economica. Conciliare accoglienza diffusa, piccoli numeri e uno standard qualitativo alto con il taglio dei costi previsto, è praticamente impossibile.
Pertanto, al contrario di quanto dichiarato dal ministro, con l’introduzione di centri enormi saranno proprio favorite quelle dinamiche mafiose e ‘ndranghetiste che lui finge di voler evitare.

Per quanto riguarda gli interventi e i servizi realizzabili dai centri di accoglienza per il supporto all’integrazione, il contenuto della direttiva Salvini di luglio 2018 è chiaro: gli interventi di accoglienza integrata volti al supporto di percorsi di inclusione sociale e funzionali al conseguimento di un’effettiva autonomia personale, dovranno continuare ad essere prestati nelle sole strutture di secondo livello a favore dei migranti beneficiari di una forma di protezione, (ossia solo negli Sprar) mentre i servizi di prima accoglienza (Cas) vanno invece rivisitati anche in un’ottica di razionalizzazione e contenimento della spesa pubblica.
Via l’insegnamento dell’italiano, l’assistenza psicologica, l’orientamento sul territorio: questi servizi non saranno più richiesti, con un risultato di esclusione sociale facilmente intuibile.

Il DL Sicurezza e Immigrazione, integrato dalle nuove linee guida che verranno introdotte, non può che dar vita ad uno scenario tetro: una sempre più marcata categorizzazione delle persone e una conseguente discriminazione nell’accesso ai servizi; una progressiva parcellizzazione della condizione giuridica dello straniero e una discrepanza nei diritti in ragione del permesso posseduto.
Le restrizioni introdotte in materia di permessi di soggiorno, la concentrazione delle persone in centri sempre più grandi e l’interruzione delle misure volte a favorirne l’inclusione e l’integrazione, aumenteranno a dismisura il fenomeno dell’esclusione sociale, dell’irregolarità, dell’intolleranza, della discriminazione, e ingrasseranno sempre più le pance di coloro che sulla pelle dei migranti ci guadagnano.

Allora, la domanda da porsi è: quale risultato concreto si ottiene con il taglio alle spese per i migranti?
Vale a dire: se si tagliano le spese per l’integrazione e quindi anche i corsi di italiano, se si elimina il permesso di soggiorno umanitario sostituendolo con permessi “speciali”, se si elimina il diritto all’iscrizione anagrafica, se si individua una lista di Paesi sicuri per determinare a priori il non diritto all’accoglienza, a dove arriveremo?
Il risultato sarà, come già prospettato da moltissimi operatori del sistema accoglienza e giuristi, che si produrrà solo irregolarità e lavoro nero.
Con buona probabilità, pare essere proprio questo lo scopo del ministro. Incrementare l’irregolarità non farà altro che creare una realtà a sé stante, composta da uomini, donne e bambini emarginati economicamente, socialmente e legalmente.

Questo, però, non è gestire la realtà dei flussi migratori transnazionali, ma creare le condizioni per una vera e propria guerra agli ultimi, fomentando la “caccia alle streghe” attraverso la quale lo straniero è oggi additato come causa di ogni male e funge da capro espiatorio per la pressione strutturale e sistemica di precarietà economica e sociale, madre di un individualismo nudo e crudo che caratterizza la nostra società.
Dal punto di vista pratico, infatti, cosa saranno costrette a fare tutte quelle persone che, dopo aver rischiato morte, annegamento, tortura, riescono finalmente ad arrivare in Italia?

L’unica carta che si può pescare dal mazzo è quella che noi italiani conosciamo fin troppo bene perché è il nostro prodotto più esportato e riconosciuto all’estero.
No, non è la pastasciutta, ma la criminalità organizzata che in questo momento, anzi dall’instaurazione di questo Governo, si sta ben sfregando le mani, in quanto sarà l’unica a trarre vantaggio da questa e da altre normative, ingrossando le maglie del lavoro nero, dello sfruttamento, della tratta, per fare solo alcuni esempi.
La sostanza è che più si chiude, o si tenta di chiudere le porte, più il vento le spalancherà, sfondandole.
E sappiamo bene che non si può fermare il vento, gli si può solo far perdere tempo.

Autori

Operatori Enea-Infopoint

ph. Beast, “Hitchin a ride” – Furlan/LaPresse

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