La caduta dei giganti del giornalismo potrebbe farci bene?

13 Dicembre 2018 | 2018, Numero 27

Come nasce e come si forma una pubblica opinione? L’educazione alla formazione culturale passa, fin dall’età giovanile, anche attraverso la lettura dei giornali, e in particolare dei grandi quotidiani. È attraverso la lettura e l’interpretazione di un fatto che si giunge a produrre “idee”, rielaborazioni mentali che si originano a partire dalle nostre conoscenze pregresse unite agli elementi osservati. L’opinione è, dunque, l’osservazione attraverso le griglie mentali soggettive di un evento, è una convinzione debole e falsificabile, sempre parziale e variabile.

“L’opinione pubblica – dice Treccani – è tale non solo perché del pubblico (diffusa fra i molti o fra i più), ma anche perché tendenzialmente indirizzata al pubblico: in quanto, cioè, costituisce un’intelaiatura di valori, un sistema di credenze sulla cosa pubblica”. Si tratta, dunque, non solo di un’opinione che ha come soggetto il pubblico – in cui cioè gli individui sono accomunati da pareri collettivi – ma anche su argomenti di pubblico interesse, di comunanza generale.

Il giornale come adeguato mezzo di informazione della collettività dovrebbe quindi riportare i fatti e tramite la propria intermediazione – costituita da spunti di riflessione, opinioni di esperti competenti in materia, analogie con avvenimenti analoghi, riferimenti a precedenti storici – formare l’opinione pubblica. Ma è davvero così?

Si ha, piuttosto, l’impressione che i giornali vivano immersi in un’egemonia culturale spesso non corrispondente alla realtà della pubblica opinione, appaiono come pianeti lontani dal vero, guidati da editorialisti che, come satelliti, fotografano dall’alto una società che non vivono e non comprendono. Così può accadere che Massimo Gramellini sul Corriere della Sera nella sua rubrica il caffè definisca il coraggio di Silvia Romano – giovane cooperante rapita in Kenya – come smania d’altruismo, un folle gesto giovanile, che con un po’ di maturità si sarebbe potuto evitare. Alle contestazioni via social il giornalista torinese risponderà che in fondo, non è stato capito, lui era dalla parte dell’ovvio, come sempre, e che sono i social a insultare e non comprendere; mentre molti giovani italiani mandavano giù l’amaro caffè di Gramellini dal sapore paternalistico.

Pochi mesi prima è toccata a Michele Serra, penna di Repubblica, una simile sorte. L’appuntamento dell’Amaca in questione si occupava dei casi di bullismo a scuola, che a detta del giornalista romano erano più frequenti negli istituti tecnici e professionali ove “il livello di maleducazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza”. Frasi che non possono che farci cadere dall’Amaca su cui scrive Serra, poiché dimostrano ancora quanto il giornalismo italiano e le sue prestigiose firme siano rappresentanti di una piccola borghesia classista ed elitaria, incompatibile con un mondo giovanile in continua evoluzione.

Un’altra prova della distanza tra i fenomeni sociali e la percezione giornalistica si è resa evidente nell’editoriale con cui La Stampa apriva dopo la manifestazione SiTav del 10 novembre scorso a Torino. Il direttore Molinari, dopo aver elogiato il coraggio e la laboriosità delle persone scese in piazza per difendere l’idea di uno sviluppo modernista, se l’è presa con “un’ideologia di decrescita felice il cui obiettivo strategico è tagliare, ridurre, arretrare, rinunciare…”, e con chi vorrebbe catapultare Torino in un “pessimismo ideologico” isolandola dietro le montagne. Anche in questo caso la volontà di approfondire per comprendere ed illustrare le diverse posizioni di un conflitto è venuta meno, forse per dare precedenza alla sempre più diffusa necessità di immediatezza (ce lo insegnano i 140 caratteri di twitter). Da una parte vi sono i “buoni” che vogliono una Torino in vetrina e dall’altra parte i “cattivi” che sperano in un isolamento e regressione della città; quando ad andare bene a memoria i maggiori responsabili del declino produttivo della città sono proprio i vecchi editori del quotidiano: la famiglia Agnelli. 

A leggere gli editoriali delle firme dei grandi giornali si ha la stessa sensazione di quando si mangia una pesca: dopo si ha il bisogno di lavarsi le mani per liberarle dall’appiccicume. Quando dalle scrivanie dei principali quotidiani si alzano voci moraliste, visioni semplificatorie, rappresentazioni conservatrici, si ha l’esatta impressione che tra le nuove generazioni e i mass media della carta stampata la distanza non sia data tanto dallo strumento quanto dai contenuti. Contribuire alla formazione dell’opinione pubblica è un lavoro delicato, dove è necessario dare risalto alle sfumature, alle zone grigie e alle sfaccettature di una società sempre più complessa, dove è necessario “vedere la foresta aldilà degli alberi” per percepire le vere dinamiche e i meccanismi esistenti. Montanelli credeva – catastroficamente – che la fine del giornalismo fosse la fine di tutto, forse la fine di questo giornalismo, la caduta di questi giganti, potrebbe essere l’inizio di altre “opinioni”, pubbliche non si può sapere.

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