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Chiedimi chi ha ucciso Stefano Cucchi

11 Aprile 2019 | Numero 36

3458 giorni. Quasi 10 anni. Quasi un decennio per vedere arrivare la semplice verità in un’aula di tribunale. Il giorno 8 aprile 2019, il carabiniere Francesco Tedesco, imputato di omicidio preterintenzionale al processo-bis, ha raccontato i fatti, di fronte alla Corte d’Assise, palesando finalmente, in un’aula di tribunale, quello che la famiglia Cucchi ha sempre sostenuto, quello che tanti sapevano ed hanno nascosto: Stefano è stato massacrato di botte, il 15 ottobre del 2009, dai carabinieri che lo avevano arrestato.

È stato un percorso travagliato quello della verità sulla morte di Stefano, durato quasi 10 anni, animato da due processi, migliaia di articoli di giornale, un film il cui attore protagonista ha vinto un David di Donatello dedicandolo a Stefano, ma soprattutto, infamato da decine di dichiarazioni disumane, tonnellate di fango gettato da alti gradi delle forze dell’ordine, personaggi politici e istituzioni dello Stato.

Le parole di Tedesco accompagnano un brivido che ci attraversa la schiena: a dare il via al pestaggio nella caserma Casilina di Roma, fu Alessio Di Bernardo, che “diede a Cucchi uno schiaffo violentissimo mentre D’Alessandro (un altro carabiniere imputato, .ndr) gli sferrò un calcio al gluteo.”
A quel punto, “Di Bernardo spinse a terra Cucchi, che cadde col bacino e picchiò la testa, tanto sentii il rumore. E mentre stava giù gli arrivò un calcio in faccia da parte di D’Alessandro.” Tedesco era poi intervenuto per allontanare i due gridando “che cazzo fate” e “come vi permettete, fatela finita.”
A suo dire, senza il suo intervento, “i due colleghi avrebbero proseguito.”

Da quel momento, inizia la copertura sulle azioni violente di quella notte da parte dell’Arma.
Come un nucleo pretoriano, l’impunità garantita e la sensazione di garantismo generato dall’idolatria della “divisa” fa quadrato intorno agli assassini, Tedesco, infatti, ha spiegato di essere stato subito isolato dai colleghi e ​invitato da Roberto Mandolini​ (all’epoca comandante della stazione Appia) a seguire “la linea dell’arma” se voleva continuare a fare il carabiniere.
Tedesco si uniforma a questa versione, tace, tanto che nel 2009 non racconta nulla di quanto ha visto al pubblico ministero Vincenzo Barba.
L’omertà di Tedesco finisce quando arriva l’imputazione di omicidio nel processo-bis, solo allora decide di parlare, di raccontare tutto. La sua testimonianza sferra l’ennesimo colpo al muro di omertà che l’arma aveva eretto attorno ai fatti di quella notte, all’omicidio di Stefano Cucchi da parte dei Carabinieri.

L’esposizione mediatica conquistata dalla sorella Ilaria Cucchi, la forte componente emotiva diffusa nell’opinione pubblica e gli sviluppi che le dichiarazioni di Tedesco hanno apportato all’iter giudiziario del processo-bis ma non solo, hanno portato ad un cambiamento di prospettiva nella percezione dell’intera vicenda da parte delle Istituzioni. Fino a giungere alle dichiarazioni che il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni Nistri ha fatto in una lettera inviata a Ilaria Cucchi, in cui scrive che intende chiedere “l’autorizzazione a costituire l’Arma parte civile nel processo per depistaggio ai suoi militari qualora nella richiesta di rinvio a giudizio appariranno evidenti le circostanze che la vedono parte lesa,” oltre a procedere disciplinarmente nei confronti degli autori del pestaggio, delle calunnie e dei depistaggi.

Nonostante questa evoluzione che potrebbe (potrebbe) portare ad un radicale mutamento del rapporto di quella sezione dello stato che detiene il monopolio assoluto della violenza con la società civile, non dimentichiamo mai che il male gettato su questa vicenda è stato vomitato dalle bocche di alcune alte cariche dello stato e di politici di spicco.
Per primo Carlo Giovanardi mentre era sottosegretario alla presidenza del Consiglio, secondo cui, contro ogni perizia medico scientifica condotta durante questi anni sul corpo, Stefano morì “per droga”.
Ignazio La Russa all’epoca ministro della Difesa, che ​affermò​, come se fosse stato un testimone oculare, “Non so cosa sia successo, ma sono certo del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri”.
Colui che ora è Ministro dell’Interno, ovvero autorità nazionale di pubblica sicurezza, Matteo Salvini, che il 4 gennaio 2018 dichiarava: “La sorella di Cucchi mi fa schifo, si dovrebbe vergognare per quanto mi riguarda. Difficile pensare che ci siano stati dei carabinieri che pestarono quello lì per il gusto di pestare”.

La vicenda di Stefano Cucchi, dopo 10 anni, giunge ad una svolta. Ma se da una parte l’Arma muove un’operazione di conciliazione con la colpa tramite le parole del Generale Nistri, dall’altra il nuovo sindacato dei Carabinieri (Sim-Sindacato dei militari), ha rilasciato una nota in cui dichiara “profonda delusione e amarezza per non aver mai sentito dagli stessi vertici dell’Arma la possibilità di costituirsi parte civile in favore e a difesa dei Carabinieri che subiscono sputi e insulti da manifestanti nelle piazze o negli stadi e dai Carabinieri che vengono insultati solo per avere indosso una divisa […].” A dimostrazione che nonostante l’operazione di ​washing ​mediatico, operata dagli alti vertici, sia dominante negli apparati di polizia uno “spirito di corpo” radicato e pericoloso che tenta di addossare responsabilità criminali a poche “mele marce” evitando accuratamente di mettere in discussione la sua struttura teorica e pratica.

La verità rispetto ad un abuso di polizia diviene palese in una sede ufficiale dell’ordinamento giudiziario.
Di per sé è qualcosa di potenzialmente innovatore, perché da questo svelamento si innescano una catena di avvenimenti che dovrebbero necessariamente portare a ridiscutere in toto l’ordinamento di Polizia e portare ad una riforma dello stesso, alle modalità di addestramento dei corpi, alle modalità di ingaggio nelle operazioni e alle modalità di arresto dei corpi.
Quello che non deve succedere è pensare che questa evoluzione in senso giudiziario sia sufficiente per cambiare lo stato di cose rispetto al potere e alla violenza che in tanti casi ha riguardato diverse operazioni di Polizia.
Perché in Italia troppo spesso le forze dell’ordine hanno goduto di impunità, supportate dalle istituzioni e autoriflesse nell’autodifesa da quel succitato “spirito di corpo”.

Da questa vicenda, da questa verità che si fa reale, che diventa, dopo mille difficoltà, organica, e lo diventa non solo oggi che il carabiniere Tedesco capitola sotto il peso della colpa e del silenzio troppo a lungo mantenuto.
Soprattutto non lo diventa dopo che il Generale Nistri si espone e costituisce l’Arma parte civile nel processo. Questa cosa di per sé non rappresenta niente altro che una forma di ​washing​ della coscienza e dell’immagine dell’Arma intera, sulla pelle di un ragazzo ammazzato a calci dentro una caserma.
Ma lo è diventata nei tanti anni di battaglie portate avanti da Ilaria Cucchi e da tutta la sua famiglia, nelle azioni di tanti che si sono mossi per rivendicare diritti, giustizia e verità, un modo di fare politica attiva che ha contribuito a smuovere il terreno dell’omertà.
Ecco, da questa situazione, da questo momento di verità svelata dovrebbe poter nascere qualcosa di immenso: la possibilità di una giustizia e di una verità reale per tutte quelle vittime di abuso di polizia che ancora lottano per essere riconosciute e ancora di più. Da questa verità dovrebbe generarsi la condizione di necessità atta a far sì che non si configuri più l’abuso, che non debba più esistere una storia come questa, e come quella di tante altre vittime.
Storie come quelle di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Davide Bifolco, Riccardo Boccaletto, Emmanuel Bonsu, Stefano Brunetti, Carmelo Castro, Stefano Consiglio, Fabiano Di Berardino, Tommaso e Nicolò Di Michiel, Luciano Isidro Diaz, Michele Ferrulli, Stefano Frapporti, Niki Aprile Gatti, Carlo Giuliani, Mauro Guerra, Stefano Gugliotta, Riccardo Magherini, Franco Mastrogiovanni, Vittorio Morneghini, Filippo Narducci, William Nocera, Riccardo Rasman, Gabriele Sandri, Vincenzo Sapia, Aldo Scardella, Paolo Scaroni, Mario Scrocca, Andrea Soldi, Carmine Spina, Sekine Traore, Giuseppe Uva.
Perché un elenco così, non debba mai più esistere.

Autore

Elio Balbo

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