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“Vivo, sono partigiano”

25 Aprile 2019 | 2019, Resistente

Nel 1917 Antonio Gramsci pubblicò il numero unico de “La città futura”; ed è proprio tra le pagine di questa rivista che vide la luce la sua celebre invettiva “contro gli indifferenti.”

Di seguito un testo che trasuda attualità, che scalpita per essere riletto.

Nella nostra testa dovrebbero echeggiare ogni giorno parole come queste, che si scagliano contro la “banalità del male” quell’assenza assordante di senso di responsabilità e di sentimento di comunità.

Le celebrazioni rituali sono criticabili in quanto tendono ad assolverci dalla pratica quotidiana; eppure in un momento in cui vengono messe in discussione date come il 25 aprile, definita “divisiva”, si rivela quanto mai necessario ribadirne l’importanza per il significato simbolico a cui rimandano.

Se solo provassimo a ritrovare quel senso di vergogna che Marx definiva “rivoluzionario”, forse non saremmo costretti a vivere in un mondo distopico in cui i nipoti di Mussolini si candidano e occupano poltrone politiche – portando avanti istanze derivanti dalla stessa mentalità di cui si nutriva il Fascismo -, un mondo in cui il processo resistenziale avvenuto nel nostro paese viene messo in discussione, un mondo in cui la banalità del male è all’ordine del giorno; una società in cui la persona tende ad essere individuo, in cui il percepirsi parte di un tutto è sempre più difficile.
Una realtà animata da uomini e donne malati della stessa malattia di cui soffre l’occidente: il non riuscire a vedere un’alternativa reale al sistema capitalistico, fatto di guerra permanente, crisi ciclica e annullamento dei diritti ci ha portate e portati ad essere un corpo informe senza connessioni, malato di una depressione epidemica.
Ecco perché è bene ricordare quel che è stato e saper riconoscere i germi resistenziali presenti, supportarli e unirsi a loro per sfuggire all’alienazione indotta dalla società in cui viviamo – e per non macchiarsi, così, di quello che Gramsci definiva “assenteismo”-. Perché più importante di sapere cosa sia il fascismo è conoscerne l’antidoto e organizzarsi per metterlo in pratica.

Per questo motivo, in occasione del 25 aprile, abbiamo deciso di dare spazio ad articoli già editi che raccontano di Resistenza partigiana ma anche di esempi di Resistenza odierna: dalla nave Mediterranea fino ad arrivare agli spazi sociali; da Afrin alle comunità zapatiste.
Riconoscere i germi e moltiplicarli è l’unica strada da percorrere contro chi si muove come un Dissennatore, diffondendo odio e paura.
Memori di un insegnamento: il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.

 

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire
essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei
alla città.

Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza
è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli
indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il
novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più
splendenti. È la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio
delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché
inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e
qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.
L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
È la fatalità; e ciò su cui non si può contare; e ciò che sconvolge i
programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si
ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si
abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale)
può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto
all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene
tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini
abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la
spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà
abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento
potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro
appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.
Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo,
tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne
preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni
ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di
piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne
preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela
tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a
travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno
naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha
voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e
chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle
conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non é
responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se
avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe
successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro
indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro
attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male,
combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. I più di costoro,
invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di
programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano
cosi la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro
nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime
soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia
preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni
rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva
non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale,
non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi
nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi da noia il loro piagnisteo di
eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito
che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e
specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di
non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie
lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte
già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E
in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non
è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non
c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si
sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in
agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e
sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è
riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli
indifferenti.”

Autrice

Lorenza Neri

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