Seleziona una pagina

1969 – 2019: 50 anni di Stonewall

2 Maggio 2019 | 2019, Numero 38

Il 28 giugno di quest’anno si festeggerà il 50esimo anniversario dei moti di Stonewall, grande momento di rivolta delle persone lesbiche, gay, bisex, trans* e queer. Per celebrarlo il World Pride si terrà a New York, dove tutto ebbe inizio nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969 quando la polizia fece irruzione allo Stonewall Inn, bar gay in Christopher Street, nel Greenwich Village.

In quegli anni le incursioni della polizia nei bar gay si verificavano di frequente e i clienti potevano facilmente essere fermati e arrestati sulla base di leggi che vietavano i rapporti omosessuali e il travestitismo (una legge in vigore fino al 1974 imponeva infatti di indossare almeno tre indumenti adatti al proprio genere assegnato alla nascita).

Quella notte però avvenne qualcosa di diverso dal solito, qualcosa che possiamo definire senza ombra di dubbio epocale in quanto ha creato un vero e proprio spartiacque nella storia dei diritti delle soggettività LGBT*QI+: durante l’incursione della polizia molte persone iniziarono a opporre resistenza ad arresti, perquisizioni e richieste di documenti. Quest’inaspettata quanto improvvisa reazione si trasformò presto in una vera e propria rivolta al grido di “Gay Power!”, slogan mutuato dal celeberrimo “Black Power!” del movimento per i diritti civili degli afroamericani.

Rispetto alla ricostruzione e alla narrazione delle prime ore dei moti di Stonewall esistono da sempre versioni differenti e tra loro divergenti. Alcune si sono cristallizzate nel tempo, dando vita a una vera e propria mitologia. Si parla spesso di una scarpa col tacco lanciata da una donna trans* o una drag queen contro la polizia come prima pietra.

In realtà questa è una versione decisamente semplicistica dei fatti e la ricerca ostinata della persona o delle persone che per prima/e diedero inizio agli scontri rischia di depotenziare la portata collettiva dei moti di Stonewall. A fornire una ricostruzione precisa e dettagliata di quella notte sono Francesco Bilotta e Yàdad De Guerre in “Favolosa – agenda settimanale 2019 LGBTIQ+” edita da Mimesis: “travestite/i, lesbiche, “drag queens”, “drag kings” erano uscite/i dallo Stonewall Inn, in manette, verso il cellulare. E la rabbia aveva cominciato a esplodere. Un* travestit*colpiva un poliziotto sulla testa, alcune persone invitavano a rovesciare la camionetta, cantavano “We Shall Overcome”, lanciavano monetine, mentre altre venivano portate fuori dal locale e ammassate nel furgone, una lesbica “butch” arrestata per aver indossato più di tre capi d’abbigliamento associati al genere maschile lottava con forza, fuggendo più volte dalle grinfie della polizia. (…) Era iniziata la guerriglia. Le e gli arrestate/i iniziavano a combattere. Aumentata considerevolmente, la folla era pronta a rispondere, pressare i poliziotti, a scatenare e rilasciare la rabbia collettiva. Volavano nichelini, quarti di dollaro, bottiglie, lattine, oggetti vari pescati ovunque, sempre più, sempre più grossi. Un poliziotto veniva colpito all’occhio e, a quel punto, il vice-ispettore Pine decideva di barricare nel locale tutte/i le/gli agenti e la clientela ancora non portata fuori. Era il culmine della sommossa, che sarebbe durata tutta la notte, tra parchimetri scagliati contro la porta chiusa del bar, “Gay Power!”, molotov contro le finestre, “We want freedom!”, macchine distrutte, fuoco e canzoni. (…) Le mobilitazioni, anche violente, si sarebbero ripetute nelle notti tra il 28 e il 29, poi tra il 29 e il 30, fino alla sera del 2 luglio”.

Tra i frutti dei moti di Stonewall ci sono senza dubbio la nascita del moderno movimento di liberazione omosessuale e trans*, che ben presto superò i confini statunitensi e si diffuse in altri Paesi (basti pensare all’esperienza italiana del F.U.O.R.I.) e del Pride. Il 28 giugno del 1970 fu organizzato il primo Christopher Street Liberation Day, manifestazione che divenne quella che oggi conosciamo per l’appunto con il nome di Pride (la dicitura Gay Pride è stata abbandonata da anni, in favore di un più inclusivo Pride che comprende al proprio interno anche lesbiche, bisessuali, trans*, queer e intersessuali).

Per festeggiare i 50 anni di Stonewall e rendere omaggio a due figure iconiche di quella grandiosa rivolta e del movimento di liberazione gay e trans* come Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, Non Una Di Meno Alessandria ha organizzato per venerdì 3 maggio, alle ore 21, alla Casa delle Donne (Piazzetta Monserrato 1) la proiezione del documentario “The Death and Life of Marsha P. Johnson”.

Il film segue le indagini di Victoria Cruz, attivista trans del Progetto Anti-Violenza di New York, sulle tracce della verità che riguarda la morte sospetta di Marsha P. Johson, il cui cadavere fu trovato a galleggiare nel fiume Hudson pochi giorni dopo il Pride del 1992. La morte venne subito classificata dalla polizia come suicidio, nonostante sin dal primo momento tutti gli amici più cari di Marsha e le persone che la conoscevano protestarono accusando la polizia di negligenza. Secondo amici e familiari, infatti, non si sarebbe trattato di suicidio: impossibile, sostengono, poiché Marsha non aveva un singolo motivo per togliersi la vita.

Nel documentario le ricerche di Victoria Cruz si alternano a riprese e a immagini d’epoca come frammenti di vita e interviste a Marsha P. Johnson e a Sylvia Rivera, scene di proteste, rivolte e manifestazioni, a partire dai moti di Stonewall, accendendo i riflettori sulla drammatica e odierna piaga degli omicidi delle persone trans* negli USA (ma non solo). Perché se è innegabile che negli ultimi 50 anni diverse lotte e battaglie sono state vinte, è altrettanto vero che molte altre restano ancora da combattere e portare avanti con orgoglio e determinazione.

 

Autore

Matteo Bottino

Altri articoli di questo numero