La solidarietà è un’arma… usiamola!

6 Giugno 2019 | 2019, Numero 43

La società cambia, si evolve, si trasforma, si sviluppa ma sta a noi decidere in quale direzione. I comportamenti individuali che guardano all’universale quando trovano eco e spazio diventano collettivi, diventano cambiamento, diventano cultura.
Leggiamo spesso una rappresentazione della nostra società come di un mercato cinico nel quale si scambiano diritti con soldi, sesso con potere, una società che pare non avere più quelle forze etiche capaci di unire gli individui come una forza centripeta invisibile.
L’apatia e l’individualismo anti-sociale sono il segno di una povertà dilagante, di spirito e portafogli, di un´erosione del sentimento di eguaglianza, condizione senza la quale i diritti si possono tramutare facilmente in privilegi antisociali.
Il populismo che stiamo sperimentando in Italia è anche, ma non solo, l´esito del paradosso di una società individualista liberale nella quale la dimensione privata è intesa come la sfera dove “tutto è permesso” e ha preso il posto più alto nella gerarchia dei valori, diventando la moneta per acquistare con qualsiasi mezzo favore e potere.

Una delle principali carenze del sistema italiano è l’incapacità di elaborare risposte concrete, politicamente, economicamente e socialmente valide volte a contrastare o sostenere fenomeni diffusi.
Un esempio alla ribalta del dibattito pubblico odierno è la palese e totale mancanza di analisi preventiva rispetto al fenomeno del consumo di sostanze, alcool compreso, al fine di adeguare le risposte sociali e sanitarie.

Nel 2019 il Governo italiano torna a definire gli spinelli come l’anticamera della tossicodipendenza, dimenticandosi (volendo essere in buona fede), che la vera emergenza tra i giovani è quella rappresentata dal consumo sempre più precoce di alcolici che negli ultimi dieci anni ha causato in Italia la morte di 435mila persone, contro l’assenza di decessi documentati per il consumo di marijuana. L’attacco puramente ideologico si è spinto oltre, arrivando a minacciare di far chiudere uno per uno i negozi che, attualmente vendono cannabis legale (certificata e analizzata con contenuto di THC inferiore allo 0,6%).
Sorge spontanea una domanda da rivolgere al leader della Lega (che a inizio maggio dichiarava “Chiuderemo negozi di cannabis, la droga è emergenza nazionale”): ignora l’impatto negativo che la chiusura dei “cannabis shop” potrebbe avere su un settore economico in crescita e nel contrasto alla criminalità organizzata?
Già nel 2014 la Dna, Direzione Antimafia Nazionale, scriveva che “nonostante il massimo sforzo profuso dal sistema nel contrasto alla diffusione dei cannabinoidi, si deve registrare il totale fallimento dell’azione repressiva”; legalizzare potrebbe significare privare le organizzazioni criminali di un mercato fiorente, oltre che la possibilità vera di contrastare lo spaccio illegale.
Forse Matteo Salvini e il suo entourage, anziché fare la guerra ai mulini a vento, dovrebbero leggere la Relazione al Parlamento sui dati 2017, Relazione Dcsa. Si renderebbero conto che un atteggiamento repressivo, proibitivo e giudicante sostenuto da un approccio ideologico, moralistico e integralista non permette di prevenire né tanto meno di ridurre i danni; tanto che, dopo un calo costante durato più di 15 anni, dal 2017 sono tornati ad aumentare i casi di overdose. 294 decessi per overdose nel 2017 di cui 148 per eroina e 74 da sostanze non determinate contro i 268 decessi nel 2016 di cui 99 per eroina.
Non se ne sono accorti, o non vogliono vedere.
Nessuno tra politici, responsabili della salute pubblica, sindaci, assessori (tranne poche menti illuminate, o terrorizzate da una storia che si ripete) si chiede perché la curva dei decessi ha piegato di nuovo verso l’alto.
I livelli di mortalità più alti si riscontrano a partire dai 25 anni per raggiungere i picchi massimi nella fascia superiore ai 40 anni.

Ma qualcosa si muove, o meglio qualcuno si muove, coinvolge, informa e propone: ITARDD – Rete Italiana per la Riduzione del Danno – e INTANPUD – Italian Network People Use Drugs/Rete Italiana delle Persone che Usano Sostanze – hanno recentemente lanciato un appello alla società civile, alle associazioni del Terzo Settore, agli operatori e operatrici del Servizio Pubblico per costruire una campagna per l’approvazione in Italia di una legge del Buon Samaritano.
Il termine Buon Samaritano origina da una parabola di Gesù che narra la storia di un Ebreo ferito e bisognoso di aiuto. Molte persone passavano e nessuno lo soccorreva. Un Samaritano, o nativo di Samaria, passò di lì e, accortosi che l’uomo era in difficoltà, lo portò a casa sua e lo aiutò a guarire. Gli Ebrei e i Samaritani erano acerrimi nemici, perciò la morale di questa parabola è che aiutare gli altri, anche se nemici, è la cosa giusta da fare (Luca 10: 25-37).

Oggi il termine Buon Samaritano è sinonimo di buone intenzioni nei confronti di chi è in difficoltà.
Il Diritto ha preso in prestito questo termine per descrivere una categoria di regole che stabiliscono la non punibilità di chi soccorre un ferito senza aspettarsi alcun compenso, ma soprattutto nessuna punibilità.
La prima legge del Buon Samaritano negli Stati Uniti fu approvata nel 1959. Da allora molti stati hanno attuato una qualche forma di legislazione del Buon Samaritano. Scopo della legge è di incoraggiare le persone ad aiutare gli altri, a non girarsi dall’altra parte, bensì ritrovare quella forza etica capace di avvicinare, unire, empatizzare.
Dall’appello: “Riteniamo che sia necessario attivarsi in Italia affinché sia discussa e approvata in Parlamento una Legge del Buon Samaritano. È un’iniziativa che non ha bisogno di alcuna copertura economica e che può salvare vite umane. Riteniamo che i tempi siano maturi, che non possa essere rinviata la sfida per affermare che le overdose sono un tema di salute pubblica, e non episodi di cronaca giudiziaria.”

Per la legge penale italiana, pur non esistendo alcun tipo di richiamo espresso alla normativa del Buon Samaritano, come invece accade in altri ordinamenti, esiste un generico obbligo di prestare assistenza ai soggetti che si trovino in difficoltà. Questo purtroppo non è sufficiente a garantire immunità al soccorritore da perquisizioni, interrogatori, sanzioni amministrative, anche per chi è lontano dal mondo di chi usa sostanze ma si è trovato nella condizione di dover scegliere se prestare soccorso o meno e facendolo, spesso, è stato coinvolto in accertamenti o atteggiamenti inquisitori da parte delle forze dell’ordine.

L’intento del legislatore è quello di assicurare la tutela del soccorritore in casi di emergenza sanitaria, attraverso gli articoli 593 del Codice Penale che sanziona l’omissione di soccorso, e l’art.54 che tutela chi presta soccorso.
L’applicazione pratica di tali normative viene però spesso tradita da un sentimento inquisitorio, tendente più a stabilire la consecuzione dei fatti, che a stabilizzare una situazione sanitaria di pericolo comprendente vittima e soccorritore.
Le condotte ostili e indagatorie delle autorità di ordine pubblico che si trovano ad intervenire creano soggezione e sudditanza tali per cui i soccorsi non vengono chiamati o sono chiamati in ritardo, mentre un intervento tempestivo potrebbe evitare conseguenze letali.
L’overdose da eroina, come l’intossicazione acuta alcolica, ma non solo, sono un problema sanitario e non di ordine pubblico, ed il soccorso quando avviene in tempo utile può salvare una vita umana. Proprio per questo è quanto mai inopportuno qualsiasi atteggiamento che possa scoraggiare la richiesta di soccorso per il timore di ripercussioni sul piano legale.
Il bivio di fronte cui potremmo trovarci indica due strade: una è quella in discesa e asfaltata che ci fa tirare dritto, andare più veloce, che alimenta un sentimento conservativo e antisolidale; l’altra è sterrata, in salita e piena di buche ma è quella della solidarietà, della comunanza, quella che ci permette ogni mattina di guardarci allo specchio e sorridere anziché sputare.
Voi quale strada scegliete?

Autrice

Marta Sofia

Ph. “El buen samaritano” – V. Van Gogh

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