Olimpiadi 2026, cosa c’è da esultare?

27 Giugno 2019 | 2019, Numero 46

I Giochi Olimpici Invernali del 2026 si svolgeranno in Italia. La vittoria della candidatura Milano-Cortina viene accolta con grandi abbracci, urla di gioia, finanche qualche coretto da stadio. Il più scatenato è sicuramente il sindaco di Milano Giuseppe Sala, l’uomo dell’Expo, per cui è stata chiesta una condanna a 13 mesi per falso, punta dell’iceberg di quattro inchieste che di quell’evento hanno messo in luce appalti pilotati, corruzione, infiltrazioni della criminalità organizzata. Il feeling con Il sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio dei ministri Giorgetti, il Presidente di Regione Veneto Zaia e quello della Lombardia Fontana sembra totale. Malagò sale sul palco di corsa. Hanno vinto tutti.
Ma noi che con un certo imbarazzo osserviamo da casa queste immagini abbiamo da esultare? Il presidente del CIO Thomas Bach spiega al termine della cerimonia i motivi che hanno portato ad una vittoria della candidatura Milano-Cortina: sul risultato ha pesato il consenso popolare, che secondo i sondaggi avrebbe toccato l’80% in Italia a fronte di un modico 55% in Svezia; in secondo luogo la città di Stoccolma non avrebbe sostenuto finanziariamente costi ed eventuali perdite delle Olimpiadi, a differenza degli incauti politici nostrani.
Secondo il dossier presentato dal comitato olimpico italiano i costi del progetto dovrebbero ammontare a 1,3 miliardi di euro, ai quali dovranno aggiungersi 402 milioni stimati per la gestione della sicurezza. Il CIO si farà carico di 900 milioni, mentre la restante parte sarà a carico della spesa pubblica. In particolare, 243 milioni saranno spesi per gli investimenti in strutture sportive.
Siamo sicuri che i numeri siano davvero questi? Uno dei lavori più importanti sullo sforamento dei costi previsti per l’organizzazione della manifestazione olimpica è quello della Said Business School della Oxford University. Prendendo in esame le spese dirette e indirette legate all’evento sportivo per le Olimpiadi dal 1960 al 2010, le uscite sono aumentate in termini reali rispetto alle previsioni del comitato organizzatore in media del 179%. Il lavoro si conclude affermando che “dati i risultati ottenuti, per una città e nazione decidere di ospitare i Giochi Olimpici equivale a decidere di impegnarsi in uno dei più costosi e finanziariamente più rischiosi tipi di mega-progetto che esistano, soprattutto per quelle economie problematiche che avrebbero difficoltà ad assorbire costi in aumento e i relativi debiti”.
Davanti ai tanti dubbi che investono gli osservatori che non si fanno trascinare dall’euforia, i fautori di questa vittoria sventolano il fazzoletto dello sviluppo e della crescita, insieme alla creazione di nuovi posti di lavoro a breve termine. Peccato che la letteratura economica sui grandi eventi sportivi inviti alla prudenza: come hanno verificato Robert Baade e Victor Matheson in uno studio pubblicato dal Journal of Economic Perspectives, “nella maggior parte dei casi, le Olimpiadi sono un’attività in perdita per le città ospitanti”. Deludente anche il riscontro sul versante dei vantaggi economici indiretti, rispetto al quale i due economisti sostengono che l’impatto economico è “prossimo allo zero”.
Più importanti dei costi economici della manifestazione sono i costi ambientali da pagare. Le associazioni ambientaliste contestano l’esclusione delle popolazioni dei territori coinvolti dal progetto da ogni forma partecipativa nel processo della candidatura. Esclusione di chi quei territori li vive ma anche di chi vorrebbe tutelarli a distanza per il bene comune. Anche in questo caso, come per la candidatura e l’assegnazione dei mondiali di sci alpino del 2021, nessun referendum è stato sottoposto alla popolazione, a differenza di molti altri Paesi nei quali il volere popolare ha avuto un ruolo determinante nella rinuncia alla candidatura. La preoccupazione di possibili speculazioni riguarda anche i progetti di nuovi impianti di collegamento, come quello tra Cortina e Monte Civetta, spesso accostati alle opportunità aperte dalle Olimpiadi 2026 e dai Mondiali di sci.
I timori, guardandoci indietro, sono sicuramente fondati: il passaggio di Olimpiadi e grandi eventi lascia dietro di sé cimiteri di strutture in disuso, dei veri e propri ecomostri con grande impatto ambientale, che non riescono a trovare un utilizzo alternativo in territori che non sopportano solitamente una pressione turistica paragonabile a quella di queste manifestazioni. I territori alpini, che soffrono già la rottura del delicato equilibrio tra attività umane ed ecosistema in seguito alla crescente antropizzazione ed alla trasformazione di intere vallate montane in comprensori sciistici, vedono questa volta nel turismo di massa concentrato nell’arco di brevissimo tempo e nella costruzione di strutture in grado di accoglierlo la minaccia principale alla propria sopravvivenza. Invece che incentivare un turismo dolce, in grado di tutelare i territori e dare la possibilità di vivere un’esperienza legata alle tradizioni storiche e culturali delle terre alte, continua attraverso l’evento Olimpiadi ad essere incentivato un modello di turismo aggressivo, di massa e consumo, che vorrebbe trasformare le comunità montane in città, plasmando il territorio in base ai desideri del turista.
Massa di turisti che insieme a sportivi e operatori media dovranno spostarsi tra le varie località dove verrà ospitata la manifestazione, con la certezza di veder aumentare vertiginosamente le emissioni di inquinanti, oltre ad un inevitabile spreco e produzione di rifiuti. La necessità di implementare la rete infrastrutturale con la creazione di nuovi tratti e l’ampliamento di quelli già esistenti rischia di snaturare ulteriormente il territorio e di vedere minati tratti di bosco e corsi d’acqua.
Il comitato per la tutela delle alpi costituito da Mountain Wilderness, WWF Terre del Piave O.A., Italia Nostra Sez. Belluno parla di evento “fuori scala rispetto alla capacità di accoglienza di piccole vallate dolomitiche ambientalmente fragili”.
Facendo riferimento a Milano, il cui consiglio comunale ha da poco deliberato la dichiarazione di emergenza climatica, il professore Stefano Caserini del Politecnico di Milano si dice preoccupato e afferma «Milano ha davanti una grande sfida, quella di decarbonizzare la città e cambiare modello di mobilità. Speriamo che non si perdano sette anni per le Olimpiadi 2026 spendendo e disperdendo risorse che servirebbero invece per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità meneghini». Sicuramente il progetto di costruzione del PalaItalia nel quartiere Santa Giulia, un’arena da 15mila posti, e la costruzione di un nuovo complesso che ospiterà il villaggio olimpico stridono fortemente con le promesse di fermare il processo di cementificazione della città contenuto della dichiarazione di emergenza, preferendo nuovamente spendere denaro pubblico in nuove costruzioni, a fronte dei 70 mila alloggi sfitti, piuttosto che investire quei milioni in rivalutazione di edifici già esistenti e in una pianificazione energetica basata sulle fonti rinnovabili, in grado di dare lavoro a lungo termine a migliaia di persone, invece che dopare il mercato del lavoro per pochi anni attraverso manifestazioni faraoniche. Pioggia di denaro pubblico che andrà nuovamente a riempire le tasche delle grandi imprese private impegnate nel mattone e nel cemento, con pochi vantaggi per rigenerazione delle periferie e per l’indotto.
Il climatologo Luca Mercalli commenta critico: “questi grandi eventi, anche con una mano di vernice verde, peggiorano il bilancio ambientale. Dai viaggi in aereo in tutto il mondo alla cementificazione, dagli impatti sui boschi alle strutture abbandonate, molto spesso rimangono solo i danni, come ben abbiamo visto in Piemonte”. Non è un caso che negli ultimi anni il CIO abbia visto defilarsi dalla corsa alle olimpiadi numerose città, i cui cittadini in seguito a referendum hanno chiesto il ritiro della candidatura, giudicando non sostenibili per le casse pubbliche e per l’impatto ambientale questo tipo di eventi.
Rimangono flebili speranze affinché grazie all’impegno dei cittadini si possano evitare i danni peggiori, facendo le necessarie pressioni per ammortizzare l’impatto ambientale e per indirizzare la politica verso soluzioni innovative, avendo chiaro che i soldi per attuare una rivoluzione verde ci sono e vengono impiegati malamente per eventi come i Giochi Olimpici.
Per l’ennesima volta il Governo si esprime favorevole e si fa promotore in prima persona con l’impegno del Premier Conte di un modello di sviluppo legato ai grandi eventi e alle grandi opere, che risulta ormai chiaramente insostenibile, mentre boccia la dichiarazione di emergenza climatica in Senato, sostenuta da centinaia di migliaia di manifestanti scesi in piazza in tutta Italia. Le due cose non possono, come è evidente, convivere, e l’attuale governo ha scelto quale strada percorrere.

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