Cile, culla e tomba del neoliberismo

21 Novembre 2019 | 2019, Novembre 2019, Politica & Movimenti

La marcha màs grande
Il 25 ottobre, a Santiago del Cile, sono scese in piazza qualcosa come 1.280.000 persone.
Le proteste cominciano dieci giorni prima, il 15 ottobre, in seguito ad un rincaro dei biglietti della metropolitana, ma ben presto assumono la forma di una ribellione estesa al governo del miliardario conservatore Sebastian Pinera, agli oligopoli delle grandi industrie ed al sistema finanziario, al lavoro precario, alle pensioni ridicole, ai costi esorbitanti della sanità e delle università privatizzate ed ai salari sempre più bassi che ormai non consentono più alla maggioranza dei cileni di arrivare a fine mese.
Il governo, incapace di dare risposte adeguate, dichiara lo stato d’emergenza, impone un coprifuoco e fa intervenire l’esercito che si accanisce contro i manifestanti abbandonandosi alle peggiori violenze, stupri e torture compresi.
La repressione non fiacca minimamente la protesta, ma al contrario riesce a fomentarla ulteriormente, fino appunto a venerdì 25 ottobre, giorno in cui si dispiega quella che i cileni oggi chiamano la marcha màs grande, la marcia più grande di tutte.
Le foto della folla oceanica hanno fatto immediatamente il giro del mondo, ed in mezzo a tante immagini della piazza strabordante, delle lotte di strada e delle spaventose brutalità commesse da esercito e polizia, ne circolava una che in particolare ha attirato la mia attenzione: una ragazza con un cartello in mano, raffigurante la scritta “Neoliberalism was born in Chile and will die in Chile”, il neoliberismo è nato in Cile e morirà in Cile.

La riforma liberale di Pinochet: Milton Friedman ed i “Chicago Boys”
La dicitura del cartello non è uno slogan qualsiasi, ma esprime, oltre che un auspicio, un dato di fatto storico: il neoliberismo, la forma che il capitalismo ha assunto nella società contemporanea, caratterizzata dalla precarizzazione tanto del lavoro quanto delle esistenze e dall’esasperata finanziarizzazione dell’economia, in Cile è stato in qualche modo messo in atto “a tavolino”, in una versione per così dire “da manuale”.
L’implementazione di questo sistema economico, o per meglio dire regime economico, ha avuto luogo a partire dall’insediamento al governo del generale Augusto Pinochet, che prese il potere con un colpo di stato nel 1973, golpe in cui morì il presidente socialista democraticamente eletto Salvador Allende.
Nel 1980, con l’intenzione di modernizzare l’economia cilena, in effetti all’epoca estremamente arretrata, Pinochet decise di avvalersi della consulenza di Milton Friedman, economista statunitense che dall’Università di Chicago cominciava lentamente, ma con successo, a diffondere teorie di stampo iperliberista che conquistavano consenso sia tra la comunità scientifica, sia tra i politici e l’opinione pubblica, in aperto contrasto con la dottrina keynesiana che aveva motivato e sostenuto la nascita dello stato sociale, del welfare state, dal secondo dopoguerra fino ai primi anni ’70.
Friedman, premio Nobel nel 1977, formò un gruppo di giovani economisti cileni, i “Chicago boys”, che vennero assunti dall’allora ministro del lavoro Josè Pinera per definire quelli che furono i pilastri della riforma economica voluta da Pinochet e appoggiata calorosamente dagli Stati Uniti:
1. Riduzione della spesa pubblica, con sostanziale azzeramento di ogni forma di welfare, parallela alla privatizzazione forsennata ed alla completa sottomissione al mercato di qualsiasi servizio al cittadino, dalle pensioni alla sanità, dal trasporto pubblico all’istruzione.
2. Estrema flessibilizzazione e massima competizione tra lavoratori, costretti così ad accettare salari vergognosamente bassi pur di sopravvivere.
3. Abolizione del diritto allo sciopero e repressione, spesso e volentieri violenta, di ogni manifestazione o organizzazione di lavoratori e cittadini.
4. Riduzione della tasse, a vantaggio soprattutto dei ceti più abbienti.
5. Assenza di interventi statali nella regolazione del mercato, a favore delle grandi imprese spesso consorziate in oligopoli per mantenere prezzi elevati a danno dei consumatori.
6. Propaganda pervasiva e martellante circa il presunto benessere portato dal libero mercato.
Queste politiche, in senso liberista ben più radicali di quelle condotte da Reagan e Thatcher rispettivamente negli USA e nel Regno Unito, produssero risultati sì controversi, ma tangibili ed ampiamente apprezzati in tutto il mondo, e non solo negli ambienti di destra o comunque conservatori.
In effetti, gli indicatori macro-economici restituiscono l’immagine di un paese relativamente benestante, specie se paragonato al contesto dell’America Latina, tanto che Friedman stesso, tronfio del suo operato, coniò l’espressione “miracolo cileno”.
Il Cile è infatti l’unica nazione del Sud America a far parte dell’OCSE (organizzazione che riunisce le 36 economie più avanzate del mondo), con un PIL pro-capite medio di 25.000 dollari, il più alto del continente. L’inflazione, ossessione di politici ed economisti di area conservatrice, è bassa, ed il debito pubblico è inferiore al 25% del PIL nazionale, quando ad esempio in Italia è superiore al 130%.

Il Cile della Disuguaglianza
Ma questi freddi parametri quantitativi sono lontanissimi dal rappresentare le condizioni di vita reali del popolo cileno: la retorica del Cile del “miracolo” nasconde la verità del Cile della Disuguaglianza. I numeri di cui parliamo ora sono altrettanto autentici, solo la prospettiva da cui si osserva la situazione è diversa.
Se il patrimonio del 50% più povero dei cileni è pari a 4.500€, quello del 10% più ricco è di 685.000€, mentre l’1% più ricco detiene una ricchezza media di 2.700.000€, 600 volte tanto quanto posseduto dalla metà più povera dell’intera popolazione. Se consideriamo invece la ricchezza nazionale si conta come il 10% sia detenuto da sole 550 famiglie, dati paragonabili a diversi Paesi dell’Africa sub-sahariana, che evidentemente stridono con l’idea di benessere diffuso portato dal libero mercato, ma al contrario rappresentano la distribuzione della ricchezza nazionale come tra le più ingiuste al mondo.
Inoltre, come pubblica l’OCSE, il Cile è l’ultimo dei 36 paesi dell’organizzazione per quanto riguarda l’impatto di politiche governative atte a ridurre le disuguaglianze, come ad esempio sussidi e detrazioni fiscali per i più poveri, ulteriore indicatore della sudditanza del pubblico rispetto alle logiche di mercato. Al punto che, secondo una classifica stilata dalla Banca Mondiale, proprio il Cile risulta essere il 2° Paese più diseguale al mondo, preceduto solo dal Qatar.
Ad oggi, 40 anni dopo la riforma neoliberale di Pinochet, di Friedman e dei “Chicago boys”, la vita quotidiana in Cile appare durissima, tutt’altro che miracolosa. Uno stipendio medio si aggira attorno ai 650€ al mese, mentre un affitto in un alloggio comune nella periferia di Santiago è di circa 400€: una volta soddisfatto il padrone di casa, per superare la mesata in attesa della paga successiva rimane molto poco.
In generale, se paragonato ai redditi da lavoro ed alle pensioni altrettanto misere, il costo della vita è elevatissimo: i beni di consumo, dall’energia elettrica alla carta igienica, dalla carne di pollo al famoso biglietto della metropolitana (che dopo il rincaro ha raggiunto ha raggiunto la tariffa di 830 pesos, come se in Italia costasse 4€), sono in gran parte prodotti da grandi aziende che, come accennato, si riuniscono in oligopoli per mantenere i prezzi sproporzionatamente alti, grazie all’assenza di norme adeguate a prevenire abusi e cartelli. Non è un caso, quindi, se la rabbia dei manifestanti si sia sfogata negli incendi dei supermercati della catena Wal-Mart (una delle più ricche multinazionali al mondo), protagonista dello “scandalo del pollo” a causa del prezzo carissimo della carne venduta, e contro la centrale dell’Enel di Santiago, la compagnia energetica colpevole di vessare la popolazione con tariffe vergognosamente alte.
E’ facile, a questo punto, comprendere come la frustrazione dei cittadini cileni abbia radici molto profonde, ed il rincaro della metro sia stata solamente la goccia che fa traboccare il vaso.

Neoliberismo, vero nemico della libertà
Possiamo certamente speculare sul perchè la polveriera cilena sia esplosa proprio oggi, dopo decenni di sopportazione di un regime che, come da nessun’ altra parte al mondo, ha consentito e difeso la più spinta forma di dominio del mercato in qualsiasi sfera della vita privata e pubblica.
Alcune motivazioni sono certamente da ricercarsi nella peculiarità dell’economia cilena, nel complesso discretamente benestante ma al suo interno estremamente iniqua: la scintilla che innesca la ribellione si origina non solo dalla povertà, dalla deprivazione assoluta, bensì può essere generata proprio dalle disuguaglianze e dal senso di ingiustizia che da esse deriva.
Inoltre, è certamente possibile stabilire una relazione tra l’accettazione, da parte del popolo cileno, della completa prostrazione della società alle leggi del mercato e del denaro, con il regime militare autoritario instaurato da Pinochet: la repressione diventa componente fondamentale del passivo adeguamento a condizioni di vita materialmente miserabili e moralmente degradate. Una volta allontanato il potere militare, e con esso l’ottundente propaganda propria dei sistemi autoritari, e instaurata una sorta di democrazia, la popolazione si ritrova con un margine di manovra per riuscire in qualche modo a sollevarsi.
Da queste considerazioni emerge la profonda ipocrisia dei sostenitori del libero mercato “puro” come molti politici conservatori e reazionari, oltre i già citati Reagan e Thatcher, che a partire dagli anni ’80 sono riusciti ad erodere le conquiste sociali ottenute dai movimenti progressisti dei vent’anni precedenti. Affermazioni come “la libertà economica è un requisito essenziale per la libertà politica” [M. Friedman 1980] suonano oggi, non solo davanti alla crisi cilena ma anche al cospetto dell’attuale risalita delle destre in Europa e negli Stati Uniti, strumentali ed in definitiva semplicemente false: il neoliberismo, il capitalismo nella sua versione ultima, la più degradante, necessita di coercizione e di repressione, ed è in definitiva nemico della democrazia autentica e della libertà, quella vera, delle persone.

Autore 

Daniele Trovò

Altri articoli di questo numero