Quando il diritto penale diventa arma contro il dissenso

19 Dicembre 2019 | 2019, Dicembre 2019, Politica & Movimenti

Si è conclusa lunedì mattina, 16 dicembre 2019, al tribunale di Torino, l’ultima udienza del processo che vede coinvolti tre ragazzi: Maria Edgarda Marcucci, Jacopo Bindi e Paolo Pachino che hanno fatto parte rispettivamente delle Unità di protezione delle donne (Ypj), del Movimento per la società democratica (Tev Dem) e delle Unità di protezione del popolo (Ypg) nella regione della Siria settentrionale nota come Rojava o Kurdistan siriano. Sono stati in Siria per sostenere le popolazioni che combattevano e combattono i miliziani fondamentalisti responsabili di genocidi, stupri, violenze e comprendere la proposta di una società democratica, ecologica, egualitaria e femminista; permettendo a noi, qui in Italia, attraverso report, articoli, video, incontri di approfondimento di sapere cosa stesse succedendo e cosa sta succedendo oggi in Siria, in maniera diretta e non mediata da interessi politici ed economici.
La pm Manuela Pedrotta ha chiesto un anno di sorveglianza speciale per Paolo e due anni per Eddi e Jacopo. “L’esperienza in Siria, qualunque significato e importanza le si voglia attribuire, non può costituire una sorta di immunità per condotte antigiuridiche che si sono commesse prima e dopo in Italia – ha detto in aula la pm e ancora “c’è la certezza che queste tre persone, in futuro, si rendano responsabili di condotte che mettano in pericolo l’ordine e la sicurezza” (dichiarazioni riportate sul quotidiano Repubblica lunedì mattina).
Diversi sono gli elementi poco limpidi che emergono da questa vicenda giudiziaria.
Più che mai si è reso palese ciò che già si intuiva dal corso delle udienze precedenti: è un processo alle idee, alle intenzioni, sono le idee ad essere pericolose, non il fatto che alcuni di loro sappiano maneggiare un’arma (come ne sono capaci militari, cacciatori, e chiunque sia in possesso di un porto d’armi).
A conferma di ciò il fatto che la “pericolosità sociale” nei loro confronti è data in via preventiva. In Italia è possibile essere “giudicati «socialmente pericolosi» in base a un decreto legislativo del 2011, ultima di una serie di atti che hanno aggiornato, senza abolirle, disposizioni risalenti al 1931, al Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza di epoca fascista. Mutatis mutandis, è la legge che Mussolini usava contro gli antifascisti, il famoso «confino», quella che oggi una repubblica nata dalla guerra partigiana usa nel silenzio generale.” Come spiega Davide Grasso, una delle 5 persone inizialmente coinvolte nel processo e poi escluso a giugno dalla vicenda.
I giudici hanno ora 90 giorni per notificare la “sorveglianza speciale”, una misura profondamente lesiva della libertà personale e normalmente richiesta per chi persegue finalità terroristiche, soggetti indiziati di truffa aggravata, associazione a delinquere, reati contro la pubblica amministrazione, spaccio.
La sorveglianza speciale, si concretizza in una serie di provvedimenti quali l’espulsione da Torino per due anni (pena prorogabile), l’obbligo di firma e di dimora, il sequestro del passaporto, l’annullamento della patente, l’obbligo di non uscire di casa nelle ore notturne e di presentarsi alle stazioni di polizia quotidianamente, oltre al divieto di svolgere attività sociali e politiche. è complicato anche solo immaginare che cosa può voler dire vivere per più di 700 giorni con tali limitazioni.
Tutto questo senza accertamenti probatori pieni, con elementi indiziali forniti esclusivamente dalla polizia politica: si contestano, infatti, aperitivi in sostegno a lavoratori licenziati, azioni di vicinanza a chi si trova in carcere, presidi.
La colpa? Quella di aver creduto in un progetto di società altra da quella neoliberista, di averlo fatto a fianco dei curdi, e aver contribuito a sconfiggere lo Stato Islamico. Quel Califfato che ha oppresso e martoriato il Medio Oriente e che ha seminato terrore in Europa, a Parigi, Bruxelles, Londra, Barcellona e che ora a causa delle azioni turche sta nuovamente acquisendo potere.
Se questo provvedimento nei loro confronti dovesse passare, costituirebbe un pericoloso precedente che consentirebbe di limitare la libertà di dissenso e di partecipazione di tutti coloro che non abbassano la testa, che guardano ciò che succede oltre i confini italiani ed europei, che denunciano il silenzio di un continente complice della violenza dello stato Turco nei confronti del Kurdistan.
Il rischio di vedere utilizzato il diritto penale come arma per impedire qualsiasi manifestazione di dissenso sta diventando reale.
Questi avvenimenti sono il segnale evidente di un utilizzo ideologico dell’ordinamento giuridico penale (il codice Rocco, redatto durante il fascismo), che calpesta quegli stessi diritti umani di cui lo Stato tramite la legge si nomina primo difensore.
“Cercavi giustizia ma trovasti la legge” (cit.)

 

 

Autrice 

Marta Sofia

ph. Torce nella notte

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